Fottuti Calvi

“Non è che sto diventando calvo, è che la vita è come una caffettiera, di metallo con una cannula e ogni tanto sbufficchia roba amara e marrone.”
(F. Volo)
Oggi ho deciso di stare leggero e di prendere spunto da una cosa buffa che mi è successa ieri dal barbiere per parlare di calvizie, non tanto per rubare la scena alla nostra rubrica dedicata, quanto per farvi vedere come risplenda fulgida la mia abilità di dire cose di nessun interesse per nessuno.
Non è vero. Non parlerò proprio di calvizie, e a dire il vero ieri non mi è successa nessuna cosa buffa. Anzi, dato che era domenica non sono stato neanche dal barbiere. E a dirla proprio tutta tutta questa battuta è un plagio malriuscito di una tecnica comica di Stewart Lee. Il resto però, e lo dico con una puntina di vanteria, è tutto vero.
Subito dopo aver deciso l’argomento, mi sono reso conto di quanto sia un casino parlarne, non tanto perché secondo me tutti sono intolleranti rispetto a qualcosa (pur facendo una fatica boia ad ammetterlo), ma perché essendo spesso io stesso intollerante c’è il serissimo rischio che io sia influenzato dalle mie intolleranze mentre scrivo d’intolleranza. Per esempio i calvi urtano la mia sensibilità con il loro glabro lucore, e ancor più m’indignano coloro che ostentano tale deformità senza coprirla con un abile riporto un dignitosissimo tupé. Anni e anni di Cesare Ragazzi buttati.
Personalmente distinguo diversi gradi d’intolleranza.
C’è l’intolleranza innata, o idiota, che è quella “a pelle”. Si odia a priori, senza motivo, usando la propria incolumità emotiva come scusa.
“I mancini mi danno fastidio perché quel loro muovere continuamente quella manina sbagliata ha l’effetto inevitabile di urtare la mia sensibilità.”
Certo, mi si potrebbe rispondere che magari stiamo parlando di un qualcosa di innocuo e che quindi la sensibilità me la posso anche mettere al culo, tanto più che questa della sensibilità è una cosa che si potrebbe applicare a qualsiasi cosa (tipo, chessò, un film bruttino su un profeta arabo morto), e che non è che uno se viene offeso o se gli urtano la sensibilità va a far saltare in aria ambasciate straniere.
Questo tipo di intolleranza è spesso fastidiosa in sé, perché con la scusa della sensibilità (o dell’opinione personale, come dicevo a metà di questo post) si può vangare merda su chiunque, dal tizio col telefono diverso dal tuo, al metallaro, all’omosessuale, al calvo, senza avere un reale argomento da opporre a chi ti dà, insistentemente, dell’idiota, impedendogli però qualsiasi dialogo ma anche di andare dal barbiere, e lasciandolo quindi senza aneddoti divertenti da inserire nel pezzo del lunedì.
Poi c’è l’intolleranza aggravata o stronza.
Questo secondo tipo di intolleranza si manifesta tramite l’esposizione di una spiegazione pseudo-razionale, solitamente del tutto strampalata a livello scientifico, a sostegno della propria tesi.
“La gente con gli occhi azzurri è malvagia, alcuni studi hanno dimostrato come la differenza di pigmentazione dell’iride sia da ricondursi alla carenza di buonodolcina nel cervello.”
Di questo tipo di intolleranza, ammantata di falsa oggettività e di una cattiveria sottopelle che ha del diabolico, è pieno il mondo. Studi inventati, blog personali usati come bibliografia, citazioni del tutto false: ogni arma è lecita per fare proselitismo e dare una parvenza di giustificazione alla propria stronzaggine.
Come esplosione corale di ignoranza, violenza e odio teme davvero pochi rivali, e non può essere contrastata se non tramite l’uso sapiente e deciso di un vagone di distaccata indifferenza, di una fede uguale e contraria (che di solito sfocia in un conflitto a fuoco) o di un’insalata mista a base di sputi e labbràte.
Infine, l’intolleranza più pericolosa, ossia l’intolleranza ragionata o vigliacca.
Vale a dire quella che trova prove e motivi razionali per essere intolleranti. Quella che giustifica, almeno apparentemente, i perché dei propri pregiudizi, solitamente basandosi sull’esperienza (personale, magari: e già questo basterebbe a mandare a puttane l’alone di scienza del ragionamento), sfociando in sottili giochini logici che almeno apparentemente permettano all’intollerante di turno di salvare la faccia, con gli altri ma soprattutto con sé stesso.
“Tutti gli Zingari rubano, sono fatti così. E molti di loro rapiscono i bambini. Non sono razzista, è un giudizio basato su dati oggettivi, ne hanno parlato anche diversi giornali.”
Ovviamente ci sono mille sfaccettature, che rendono questo tipo di intolleranza ancor più insidiosa: l’ateo contro il cattolico si basa spessissimo su argomentazioni perfettamente logiche, eppure rischia costantemente di cadere nell’intolleranza, così come sono basate su luoghi comuni le eterne battaglie fra “vegetariani e carnivori”, con picche d’inciviltà imbarazzanti da ambo le parti.
Mi si dirà che anche il sottoscritto è spesso intollerante, e la mia risposta non può che essere “signorsì”. E della peggior specie, visto che tendo sempre a farmi delle opinioni basate su fatti (ma non per questo automaticamente al riparo da generalizzazioni o errori).
Dal mio punto di vista, però, parlare d’intolleranza in sé allontana la mente dal problema principale dell’intolleranza, che è l’odio, l’odio che diventa azione, la convinzione che giustifica gli atti, anche quelli violenti, efferati, mortali.
Il punto non è se, come e perché vi dà fastidio che due finocchi si bacino in strada.
O, se siete finocchi, se vi dà fastidio che vi chiami finocchi.
Il punto è quanto male siete disposti a fare per farli smettere di baciarsi in strada.
O per farmi smettere di dire “finocchi”.
Comunque, è colpa di quei fottuti calvi.
[M.V.]
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