Radicali liberi.

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In questi giorni, a Ferrara, c’è il festival de L’Internazionale.
Personalmente trovo che L’Internazionale sia tra le poche riviste interessanti in circolazione in Italia, rimpiango di non poterla leggere più come un tempo, ma per me è sempre circondata da un alone di simpatia ed interesse.
Detto questo posso passare all’attacco. Il lettore medio de L’Internazionale è un radical chic snob e stereotipato. Ancor peggio, il partecipante medio del festival (iniziativa nobilissima, eh, ce ne fossero in Italia) è l’estremizzazione ridicola dello stereotipo, il tipo di persona che acquista la rivista una volta all’anno, in ottobre, in concomitanza col festival, e che si veste con la divisa d’ordinanza (occhiali da vista, pantaloni strettissimi col programma del festival che spunta dalla tasca posteriore, camicia, giacca possibilmente a quadri, capello scompigliato; bonus: Il Manifesto sotto il braccio). So già che penserete che sto per assegnarmi l’ennesimo titolo di Razzista del Giorno, ma per quanto lo meriterei anche oggi, in barba alla falsa modestia, siete fuori strada.
Voglio invece riportare un fatto come esempio.
Un ristorante chiude alle 15.30. La cucina di questo ristorante, invece, generalmente alle 14.30. Alle 14.40 un gruppetto di cinque giovini, venuti a Ferrara per il festival, chiede di poter mangiare. Gli si spiega che si farà un eccezione per loro, sottolineando che la cucina è chiusa, e che bisogna non dico fare in fretta, ma essere abbastanza celeri. Accettano, e fin qui tutto bene. Alle 15.45, con tutta la calma, chiedono il conto, col personale del ristorante che rumoreggia, perché già da un po’ doveva essere a casa. A conto ricevuto i cinque chiedono, e ottengono per estrema gentilezza, un amaro in amicizia, quindi a sbafo. I cinque si lamentano perché non è un Montenegro. Si lamentano perchè il personale gli sparecchia la tavola alle 16, con loro ancora seduti lì. Sotto i denti, ma mai in faccia, uno rimarca quanto sia incazzato, ma alla fine vanno via.
Ecco, questa gente che non capisce che un cuoco, un cameriere, un proprietario di ristorante hanno una vita privata da voler seguire, e che queste persone non sono al loro completo servizio, ma che poi vanno tutti convinti a seguire comizi sullo sfruttamento dei bambini in Cina o sull’ambivalenza del boom industriale indiano, fatto di crescita economica ma di speculazione sulla pelle dei lavoratori, non ha capito un cazzo. Soprattutto non ha capito che il migliorare il mondo passa soprattutto da casa propria. Ed è, vivaddio, il Razzista del Giorno.

[E.P.]

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