Compassione

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“Sarà che le mie pene m’hanno indurito lo spirito. Eppure, sebbene non tragga godimento nel vederti lagrimar sconfortata, t’auguro comunque ogni male, troja.”
(A. Manzoni)
Una volta, di fatto ho detto che avrei sostituito l’ora di religione con un ora di educazione civica. Ecco, mi sbagliavo. Anche se l’ora di educazione civica sarebbe comunque un’ottima idea, e che personalmente metterei anche un paio d’ore di “pensiero razionale”, perché è brutto vedere gente che si mantrugia il pacco al passare d’ambulanze e carri funebri, che poi sono gli stessi che “no, io farmi cremare no, mi fa impressione”.
Credo però che da noi serva, e parecchio, l’introduzione di un’ora di compassione.
Parlo dell’accezione positiva della parola compassione, quella che dariva dal latino cum patior, ossia non quella che richiama ad una pietà che va dall’alto verso il basso che rasenta il disprezzo, ma “la partecipazione alla sofferenza dell’altro”. Il mettersi nei panni del prossimo, il voler alleviare le sue sofferenze, il rifiuto rispetto a causare dolore o nocumento. E’ un sentimento abbastanza facile da provare, basta fermarsi a riflettere su quello che si sta facendo agli altri e sulle sue conseguenze.
Se la chiesa ha fatto anche cose buone, è perché era fatta da persone che potevano provare compassione. Qualche maligno aggiungerebbe: “nonostante la chiesa”.
Agire compassionevolmente vuol dire pensare al dolore del nostro prossimo. Ci forza a comportarci con gli altri nello stesso modo in cui vorremmo che gli altri si comportassero con noi. Come dice il Charter for Compassion è un modo di sentire che spinge naturalmene verso giustizia, equita’ e rispetto.invisibili
Se neghi a due persone di stare insieme, le discrimini, crei un clima che incoraggia il loro isolamento e comportamenti aggressivi nei loro confronti, quelle persone soffrono. Se ti fermi a pensare se hai provocato dolore, o sei scemo o ti renderai conto che è così, e più o meno, anche se stai seguendo una tua idea basata su qualche strampalata cazzata pseudo-scientifica o più probabilmente religiosa, dovresti sentirti in colpa. Se invece ti masturbi, nessuno ne soffre, tu non ne soffri, e a meno che tu non creda in qualche strampalata cazzata pseudo-scientifica o più probabilmente religiosa, non dovresti sentirti in colpa. Non hai fatto male a nessuno, neanche a te stesso, anzi.
Se il motore dei tuoi sentimenti è la compassione, sentirsi in colpa per le seghe e non per l’omofobia (o per il fatto di incularsi dei bambini) non è normale.

La cosa si può applicare in molti ambiti. A parte l’ovvio picchiare, stuprare e uccidere, un sacco di altre cose causano dolore. Rubare, in modo più o meno diretto. Truffare o approfittarsi della fiducia altrui. Abusare di una situazione di potere. Costruire qualcosa senza rispettare le norme di sicurezza. Farsi i fatti propri al momento sbagliato. Divulgare informazioni false, magari per ottenere un vantaggio. Approfittarsi di chi non può difendersi. Incitare all’odio. Coprire un reato.

Si può provocare dolore in tanti modi. Spesso, dopo, si alzano le spalle dicendo che tanto lo fanno tutti, che non è niente di grave, e così via. Se invece ci fermassimo un po’ più spesso a metterci nei panni altrui, se evitassimo di agire quando questo provoca dolore, e intervenissimo in difesa di chi ha bisogno invece di stare zitti, forse staremmo tutti un po’ meglio.

Sembra una cazzata, una cosa ovvia, ma se mi guardo intorno penso che, accanto a un programma scolastico serio e rigoroso, non ci starebbe poi così male, un’ora di compassione.

[M.V.]
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