Requiem for a PDream

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tupperwaste

Per qualche oscuro e ironico meccanismo, il mio cervello, dopo questa settimana pregna di avvenimenti, ha trovato alcune analogie con il film di Aronofsky. Ma magari non ce ne sono e io sto semplicemente dando di matto.

Oppure Vendola.

Una scena stracitata del film, perché come sappiamo a noi (laggente) ci piacciono sempre le scene d’amore anche se il film parla, che ne so, dell’estinzione dei dinosauri, è questa:

Harry: “Con una come te credo riuscirei a far funzionare la mia vita.”
Marion: “Credi?”

A un tratto, in automatico, ho sostituito Harry con un elettore qualsiasi del PD e Marion con Bersani. A un tratto, in automatico, ho pianto dentro ridendo istericamente.

Il film si divide in tre parti, indicate con tre stagioni che sono il simbolo dell’ascesa, della caduta e del declino finale dei protagonisti tutti. Tutti. Non c’è un lieto fine per nessuno, e la primavera non arriva mai. Punto. Il PD.

Summer.  Senza dubbio l’ultima campagna elettorale, in cui sono comunque riusciti a sbagliare ogni passo non raccontando agli elettori quelle quattro cose buone che son riusciti a fare, dando quindi un senso al PD, ma basando tutto sull’ormai eterno antiberlusconismo e sulle risposte ai quotidiani insulti del Silvione nazionale e della sua cricca di accoliti. Berlusconi è l’ossessione, è il vestito rosso di Sara Goldfarb. Ma ok, dai, comunque i sondaggi ci danno per vincenti; e, soprattutto, dopo secoli disastrosi di Berlusconi e un anno di Monti e tecnici non propriamente adorati dal popolo, sarebbe davvero impossibile perdere.

E invece.

“Abbiamo non vinto.”

Ce l’abbiamo fatta anche questa volta. Io sono convinta che il PD sia nato proprio con questa missione e, per tornare alle analogie con il film, ci sia una sorta di assuefazione all’interno del partito. Non alla droga, no: alla sconfitta e all’autodistruzione. Non saprei a quale sostanza psicotropa paragonarle, ma qualunque sia, come sappiamo, crea dipendenza. Dalla dipendenza all’assuefazione, poi, è un attimo.

Il PD è un tossicodipendente da insuccesso. Più perde, più cerca una sconfitta sempre più grande.

Fall. In questa fase, che poi è quella immediatamente successiva al voto, i famosi 50 giorni di anarchia, il povero PD si è trovato stretto tra i continui e, ripetiamolo, decisamente divertenti tentativi del PDL di convincere Bersani alle larghe intese per il tanto temuto GOVERNISSIMO e poi lui, il nostro amico Grillo che ha rifiutato qualsiasi alleanza con il PD, perché, come ha detto in una delle sue ultime urlate uscite, lo avevano detto in campagna elettorale che i partiti devono sparire e nel parlamento ci devono entrare i cittadini (lo vedi, Beppe, a cosa servono i costituzionalisti?). Dicevamo, il povero PD, fondamentalmente, non poteva fare un cazzo, se non suicidarsi col PDL, ma avrebbe tradito gli elettori, e soprattutto quella voglia di cambiamento con cui tanto ci hanno martellato le palle riempito gli animi in campagna elettorale e dopo. Quindi sono arrivati i 10 saggi imposti da Napolitano e ci siam lentamente trascinati fino a quel travaglio meglio conosciuto come “elezioni del Presidente della Repubblica”. Questa è la parte del film in cui tutti si drogano come i pazzi e nessuno si rende più conto che la situazione sta via via sfuggendo di mano. Non voglio spoilerare niente, perché mi dispiace per chi tra voi non ha ancora guardato il film, ma sappiate solo che, in questa fase, venendo a mancare ciò che univa i protagonisti, i rapporti tra tutti si avviano verso un triste declino. Il PD.

Winter. Ecco, qui potrei tornare un attimo seria e smettere di trollare il PD, anche perché io non l’ho votato per i motivi stessi che lo hanno portato a sfaldarsi e a morire, e potrei avanzare tesi credibili a riguardo. Ma, come ho già detto, son qui per il LOL e se volete analisi politiche vi andate a leggere Libero, che fa pure più ridere alla fine. Il PD, insomma, in questi giorni di elezione al Quirinale ha mostrato al popolo le sue palesi difficoltà di autogestirsi, di essere unito attorno a un’idea comune, la sua incapacità di rinnovarsi davvero, cosa che chiedevano a gran voce sia l’ormai ipercitato “Paese Reale” sia i giovani parlamentari che oh, porca troia, sembrano davvero di sinistra e chiaramente han fatto stranire i big del PD con ‘sta novità. Deve essere difficile, in effetti, per dei democristiani essere assaliti da una banda di sbarbatelli di sinistra che probabilmente da anni fanno politica, ma quella vera, quella dove i compagni (si dice ancora “compagni” a sinistra?) di partito li incontri per strada, in piazza o dal fruttivendolo, e non in giro per il Transatlantico. Non entro nel merito delle scelte dei candidati perché è già stato tutto sviscerato ampiamente ieri e concordo abbastanza, specie sul rifiuto a Rodotà che mi è sembrato molto uno di quei giochetti fra fidanzatini adolescenti del tipo “io non lo chiamo, se mi vuole mi cerca lui” (sì, l’ho fatto anch’io, ma avevo le mie buone ragioni e soprattutto 14 anni). Ci ho riflettuto, perché non volevo farmi prendere dall’impeto e dire minchiate, come un Salvini qualsiasi, ma la conclusione è sempre stata quella: si è persa un’occasione. Ma se ne sono guadagnate, al contrario, di ghiottissime per il nostro amato LOL, tipo:

  1. la Finocchiaro che risponde a un giornalista, che le fa notare che la base del PD rifiuta la scelta di Marini al Quirinale, con “la base non l’ho sentita io”. Oh, Anna, scusa se esistono i tuoi elettori, davvero. Non ti disturberanno mai più, si spera, adesso che te ne torni a casuccia.
  2. Bersani che accusa i social network per aver influenzato i giovani parlamentari a colpi di like, emoticon, e tweet velenosi, fallendo tre volte in un colpo solo perché a) non dovresti dare del deficiente decerebrato a un tuo compagno di partito; b) il fantomatico “popolo della rete” è un’invenzione e fondamentalmente non conta un cazzo altrimenti adesso Andreotti sarebbe morto e avremmo salvato un sacco di bambini africani dalla fame; 3) hai fatto vincere la folle idea di Beppe Grillo che chiama il web “sovrano”. Di stocazzo, mi permetto di aggiungere con un francesismo.
  3. Il “mi candido a cambiare il paese” del nostro caro e affatto ambizioso Matteo Renzi a cui nessuno ha suggerito che, per convincerci di essere un uomo di sinistra, dovrebbe ridurre drasticamente l’uso della prima persona singolare, ché i grandi leader ce li ha già il PDL e sghignazzano alla grande ultimamente.

In conclusione, ora il partito è completamente frantumato e abbiamo rieletto Napolitano. Spero di sbagliarmi e che non ci siano ulteriori analogie con il film perché finisce davvero male. Ma male davvero.

Resta il fatto che l’inverno del PD è arrivato. Bersani si è dimesso, la Bindi si è dimessa, e speriamo che D’Alema non si senta tanto bene.

 [S.T.]

 

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