L’erba del vicino ‘sticazzi (noi non siamo il Nepal)

Migliaia di morti in Nepal per un terribile terremoto, divisioni nel PD.

Al di là del fatto che che le divisioni nel PD siano più comuni che in un problema di seconda elementare, questa settimana andiamo a scoprire come questi due argomenti apparentemente distanti siano in realtà più tangenti della poltrona di Poggiolini.

Più o meno tutto il mondo con una sorta di senso di colpa da ripulire sta intervenendo nella drammatica situazione nepalese, e mentre facebook ci rompe i coglioni per donare dei soldi e dal Canada sono già partiti pacchi di bibbie, noi non siamo da meno e inviamo le benedizioni dell’accaduto tramite una rappresentante del pensiero animalista.

La rappresentante animalista ritratta senza trucco.

Ecco, questo è sostanzialmente il picco di quanto possa non fregarcene un cazzo di quello che sta succedendo in Nepal.

Certo ci sono anche quelli che guardano i telegiornali come un vecchio guarderebbe i lavori in corso nella piazza dietro la bocciofila, e quelli che intimamente godono nel guardare qualcosa che accade come si guarda la F1 aspettando l’incidente, ma per lo più, nel guardare l’erba del vicino, il risultato è una grossa espressione di ‘sti cazzi, che è un po’ quello che penseremmo dei marocchini se stessero in Marocco invece che ai semafori sotto casa nostra.

Questa capacità empatica e analitica rispetto ai problemi del mondo ci torna utile, come società e come individui, nell’elaborare e risolvere i nostri di cazzi, per questo il governo ora è diviso nel dividersi sul come dividersi il potere di potersi interessare per questo paese più o meno come stiamo facendo per il Nepal: uno sguardo nel disgraziato giardino del vicino prima di fare spallucce e al limite parlarne tra due risate a cena con gli amici, tanto per dare un tono alla conversazione.

Già, perché la distanza in realtà non è solo fisica, e sebbene continuiamo a infestare questo magnifico angolo di pianeta con la nostra povera, ignorante e ingombrante presenza, l’élite del paese che riesce a tollerarci fisicamente, non ha certo la pazienza di stare a gestire le risorse comuni (sempre più spesso intrecciate con le proprie) per risolvere problemi di cui non gliene frega sinceramente un cazzo, così come nessun nepalese vedrà mai un euro dalle mie tasche, nemmeno sapendo che parte della mia “ricchezza” deriva dalla loro “povertà”.

In questi giorni si ricordano i 38 morti sul lavoro già sepolti in Italia da gennaio 2015, che mentre scrivo potrebbero essere arrivati a cifra tonda, mentre migliaia hanno già subito infortuni e invalidità permanenti, con vite da buttar via ma che toccherà tenersi, perché quelle si hanno. E non riusciamo a prenderci cura di questo, perché non siamo noi, perché non ce ne frega un cazzo del ragazzo che ci sta ridipingendo la facciata del palazzo, perché se siamo noi dobbiamo “baciare per terra” che lavoriamo, che c’è gente che nemmeno il diritto di morire sul lavoro riesce a trovare, e lavori di merda a palate, sottopagati, in condizioni pessime, e gente pessima, sì.

L’importante è continuiamo a tenere la distanza, perché il dramma è in Nepal, noi non siamo il Nepal, al limite noi abbiamo L’Aquila, noi siamo sviluppati, artefici della nostra sfortuna, mentre il vicino, con quel giardino sfigato… va be’, ‘sticazzi.

[D.C.]

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