L’informazione, ai tempi di internet.

razzista3

Solitamente sono determinati eventi a scatenare la reazione che mi spinge a scrivere un articolo in questa rubrica.
Stavolta no; non che non sia successo nulla di particolarmente becero, negli ultimi sette giorni, ma ho quel peso qui, sospeso in mezzo al petto, ed è giusto liberarmene, pur non dicendo nulla di nuovo.
La causa scatenante di tutto è stato il TG1 (non lo guardo, ma un amico ne ha riferito la nefandezza su facebook): in un titolo ci sarebbe stato scritto “glielo fatto”. Un errore di grammatica da matita blu, di quelli per cui sarebbe giusto far scattare il licenziamento per giornalisti ed editor vari. La reazione comune, invece, è sull’onda del Cosa ti aspetti dal TG1?, in un misto di rassegnazione e dileggio.


Dal TG1 mi aspetto informazione, dalla prima rete televisiva italiana mi aspetto cultura, e invece non c’è nulla di tutto questo, a nessun livello.
La lingua italiana è in un baratro irrecuperabile, se sempre al TG1 pronunciano la locuzione latina sine die come se fosse inglese, ma di quanto detesti gli errori di grammatica ho già parlato; il problema è il livello infimo raggiunto dall’informazione, specie su internet.
È meraviglioso che uno possa formarsi un’idea leggendo articoli su siti diversi, invece di dover acquistare quotidianamente La Repubblica, Il Manifesto, Il Corriere della Sera, Il Fatto Quotidiano ed Il Giornale, giusto per rispettare la pluralità o farsi due risate, e invece il livello di queste testate va dalla condivisione seriale di bufale conclamate all’affidarsi al twitter di Selvaggia Lucarelli per non sprecarsi in analisi approfondite del gossip, tanto all’italiano interessa solo quello o i dieci tipi di persona che leggono i blog di gossip, dalla disinformazione razzista più becera alle gallerie di immagini prese da 9gag o Reddit per attirare lettori. E la colpa non è dei giornali, che magari ci sottovalutano, ma solo nostra: quello che importa è vendere (che sia carta stampata o spazi pubblicitari cambia ben poco), e la spazzatura vende più dell’educazione, gli editori lo hanno capito benissimo, come se a capo di tutto ci fosse un Sandro Mayer più sornione e sorridente che mai.
In una discussione con un amico che si chiedeva quando noi italiani fossimo diventati così razzisti, ho risposto che semplicemente lo siamo sempre stati, ci basta una voce grossa che ce lo ricorda per mostrarlo urbi et orbi, e l’ignoranza, il disprezzo della comunità scientifica, la voglia tendente a zero di informarsi non sono conseguenze, ma cause primarie del nulla in cui sguazziamo ora.
E la cosa mi fa davvero schifo.

[E.P.]

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