Froci, froci ovunque.

Il papa chiede perdono: la chiesa ha perpetrato persecuzioni nei confronti dei Valdesi.

Vi chiedo perdono per gli atteggiamenti e i comportamenti non cristiani, persino non umani che nella storia abbiamo avuto con voi, ma ora dobbiamo prendercela coi froci“.

Spiegherà, poi nel dettaglio, che nonostante la manica ancora larga nei confronti della tolleranza verso i crostacei, la chiesa intende stringere su comportamenti inaccettabili tipo essere donna, gay o in qualsiasi modo un non sovvenzionatore delle casse clericali, che non è che si possono fare discriminazioni a gratis.

Come si fa a non aprire il cuore a chi si pente con tanto sentimento? Come si fa a non sostenere un bel Family Day? A stare tutti inseme, in quelle belle piazze romane, sante, cattoliche, apostoliche?

Una risposta l’ha trovata un giovanotto di novant’anni che oggi voglio ricordare su queste pagine: un uomo, un poeta, figlio di questa Roma, che ha deciso di lasciarla, di lasciarci, con qualche parola a riguardo.

Remo Remotti se n’è andato da questa Roma delle mille chiese, delle cattedrali fuori le mura, dentro le mura, questa Roma dei preti, puttanona, borghese fascistoide. Se n’è andato e ci ha lasciato in questa Roma capitale di una nazione ancora così: addormentata come una troia gravida sotto un lenzuolo d’idiota ipocrisia.

Oggi non spenderò altre parole perché sia chiaro quanto possa interessarmi affrontare seriamente argomenti che tali non sono, dai froci ai marò froci, dai froci ai preti froci, dai froci agli hipster hipster.

No, oggi vi lascio con l’eredità del poeta che da gli anni cinquanta ad oggi, l’unica cosa che ha visto migliorare è stata la fica.

Addio Remo, mo ce pensamo noi.

[D.C.]

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