Della natura di tutte le cosce.

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ostruzionispiaggia

La risacca è davvero magica, con quel suo non-so-che di romantico e onnipotente che sembra cancellare dai nostri pensieri le brutture della vita quotidiana. Però no, non cancella dalle foto i cessi che ci si spalmano in mezzo trasformandoli di colpo in cose tipo Giselle Bündchen o David Gandy. Spiacenti, nemmeno con Instagram. Tant’è.

Ne parliamo tutti, le prendiamo per il culo tutti, ma è il momento di fare un’analisi seria per capire la genesi delle foto-gambe-con-sfondo-mare (NB: fenomeno ormai unisex, diciamolo pure con forte amarezza). Da maggio a settembre i naviganti social sono innanzitutto afferrati da un quesito fotografico importante: il soggetto vero di queste foto è l’orizzonte o sono proprio le gambe? Fingiamo che la risposta sia la seconda (ma proprio a malignare, eh) e diamoci finalmente una spiegazione.

Lo sappiamo, lo sappiamo bene. D’estate, quando siamo al mare, c’è quella luce accecante e chimerica che si riflette prima sull’acqua, poi sulla sabbia bianca, poi sull’ombrellone, poi sulla stagnola che avvolge gli otto chili di peperonata della famiglia accanto, di nuovo sulla sabbia bianca, e infine ci piomba addosso e ci scalda, regalandoci la sensazione di pelle perfetta che manco con la versione Photoshop di Adobe CS666. È così, poche balle: al mare ci vediamo tutti più belli.

Cessano le seghe mentali che ci hanno accompagnato tutto l’anno, quelle che ci avevano portato a mettere in borsa il copricostume a patanzone da utilizzare per gli apocalittici spostamenti sdraio-doccia doccia-cesso cesso-bar. Una volta in spiaggia cessano gli inutili imbarazzi da pelazzo sfuggito all’aratro inflessibile del silk-epil, della panzetta da oktoberfest, dei capezzoli asimmetrici, dei buchi sul culo (non mi riferisco alla luce fuori dal tunnel dell’intestino crasso ma alle fosse da cellulite finemente dette inestetismi, il che è molto gentile da parte della cosmesi, ma ahinoi non li riempie). Insomma, tutte le brutture vanno al diavolo, perché la potente luce della spiaggia cancella tutto. Ci si vede addosso solo pelli levigate, depilate, spianate. Di solito il momento della trasfigurazione mentale arriva da sdraiati. Dopo il primo agghiacciante momento dell’arrivo in spiaggia e della scelta epocale del “dove cazzo ci mettiamo?”, si piomba in uno stato di assoluta apnea fino a quando il complesso residenziale di asciugamani Decathlon sarà perfettamente sistemato; ci si guarda in giro con aria circospetta, per capire il livello di figaggine dei nostri vicini di ombrellone; si fa un altro respiro profondo e ci si toglie tutto fino a rimanere in costume. Indipendentemente da quale mercanzia abbiate addosso, mille persone in quel nanosecondo vi stanno fissando. A quel punto con scatto felino si fa un triplo carpiato verso la sdraio, appiattendosi e sperando di scomparire in fretta dal radar degli altri vacanzieri.

Ecco il fatidico momento: dopo essersi spalmati qualsiasi cosa per accelerare l’abbronzatura o ritardare l’ustione, a un tratto si guarda verso il mare e si incrocia il proprio fisico dal mento in giù, che si sta già rosolando. Un grosso stupore con annesso urletto interiore di gioia: alla luce del sole è tutto perfetto, unto, sodo e possiamo azzardare anche leggermente più muscoloso rispetto a un’ora prima (chissà come sarà dopo l’ora di aquagym!). In parole povere sì è realizzata la magia del sole, facilitata dallo sguardo a fessura per la combo luce-sabbia-salsedine-lenti a contatto. Tutto questo sembrerebbe positivo, perché in fondo parliamo della magia della vacanza e del chissenefrega. Poi l’insidia: di fianco a noi c’è iPhone, compresso in un asciugamanino tutto suo, che ci implora di esser preso in mano (notiamo che prima al mare ci si occupava di prendere in mano altre cose, come la situazione… ad esempio). E invece iPhone è lì, tutto accaldato e solo, mentre nella nostra testa si è già radicata l’idea che abbiamo un corpo davvero perfetto. E allora che si fa? Non la facciamo una bella sequenza di foto? Impossibile resistere al richiamo del nostro amico, e di tutti quelli che non hanno notizie di noi su Facebook o Instagram da almeno una notte buona. Inoltre pare impossibile non aggiungere un filtrazzo per vestire lo scatto di profondissimo paradosso. Nonostante basterebbe una micro nuvoletta grigia per ricordarci che la nostra pelle è normale, o flaccida o giallastra o squamata o bucata o anti-sport, si decide ugualmente di piazzare l’apollineo scatto su bacheche varie ed eventuali. Ed ecco che colleghi e colleghe che guardano dall’ufficio provano un insolito turbamento, un mix di voglia di uccidere perché non sono in ferie e bollore primordiale per non aver capito prima che nella scrivania a fianco avevano miss o mister Fisico Perfetto.

Tranquilli, vi basterà un incontro nella stessa piscina comunale in autunno per capire la realtà delle cose. Ma l’epopea della subnormalità fotografica della vita da spiaggia raggiunge il massimo sconforto al tramonto, quando la luce rossastra del cielo e l’effetto un tantino ambrato o peperonazzo raggiunto in giornata si traducono in individui spalmati sul bagnasciuga, che si fanno fare book fotografici dal partner. Ormai sono tutti disinibiti, in evidenti spasmi da calendario Pirelli de’ noiartri, e senza più un briciolo di auto-osservazione. Ovviamente, il tutto al solo scopo della condivisione sui nostri social-schermi a orario aperitivo (al massimo antipasto, non più tardi). In quel momento, che si vedano questi set dal vivo o sui social, è tutto talmente simpatico che ci riderà anche il buco. No, stavolta non quello da inestetismo epidermico, proprio quello del culo.

Avido Mark, fai in modo che d’estate ci sia il tasto “trasfigurazione mod ON” sotto le foto. Così, perché noi il trucchetto della luce del sole + filtro Instagram lo abbiamo capito bene. E sticazzi.

Sturate, gente, sturate.

[M.C.]

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