Non era bullismo.

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collodipapero

L’avrete letta o sentita tutti, la notizia del ventiseienne di Borgo d’Ale suicidatosi in seguito a episodi di bullismo. A nulla erano valse le denunce, o l’essersi fatto mettere in malattia: mesi e mesi di angherie hanno distrutto il giovane, che alla fine non ce l’ha più fatta e si è tolto la vita.
I colleghi del ragazzo si difendono: “non era bullismo”.

Perdonatemi se oggi evito giri di parole: avete ragione, non era bullismo. Era violenza, fisica e psicologica. E chi si rende colpevole di questi atti non è un bullo, è uno stronzo e un criminale, un decerebrato con la merda al posto del cervello, e dovrebbe passare una decina d’anni a farsi infilare meduse irukandji su per il culo finché non capisce bene il concetto di dolore.

Non è, come ha erroneamente detto qualcuno, “istigazione al suicidio”: Andrea non è stato “istigato” a uccidersi, Andrea è stato ridicolizzato, vessato e umiliato finché non ce l’ha fatta più. Non è il primo caso, ovviamente: Andrea era fragile, timido; c’è chi viene maltrattato perché “secchione”, c’è chi subisce violenze perché gay, perché debole, perché grasso, perché donna.

Il problema di questo tipo di vessazione è che spesso viene sdoganato dalla società come fisiologico: i ragazzi che hanno gonfiato l’amichetto ciccione con un compressore “stavano solo giocando”, la ragazza molestata “si vestiva in modo succinto”, il nonnismo in caserma e a scuola “è normale”.

Normale un cazzo. Non c’è niente di normale nella violenza, né in quella fisica né in quella psicologica. Se una persona non è in grado di capirlo, gli va fatto capire con la legge. Anche questo è un tassello nel grande quadro della discriminazione, quella discriminazione che colpisce costantemente un numero impressionante di individui – stranieri, donne, atei, gay, “diversi” – e che è del tutto inammissibile in una società che si autodefinisce civile.

Ancor più grave il fatto che tutto questo sia successo nonostante siano partite delle denunce. Anche quando la legge c’è, troppo spesso fallisce nel tutelare i cittadini: si pensi ai casi di stalking che vengono affrontati solo dopo che è avvenuta una violenza, o ai casi di minacce in cui si interviene solo dopo che le minacce sono diventate realtà.

Iniziamo, intanto, a dare il giusto nome alle cose: togliamo tutti questi “bullo”, “stalker”, “mobber”, isoliamo e segnaliamo alle autorità chi tiene comportamenti invadenti, ossessivi e violenti – anche se non siamo noi le vittime – e chiamiamolo col suo nome: stronzo criminale di merda.

Non è granché, ma è un inizio.

[M.V.]

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14 comments

    1. Non dico “invece”, ma se oltre a insegnare a essere “forti” s’insegnasse a essere rispettosi, compassionevoli e non violenti?
      Perché se si parla di forza c’è sempre qualcuno forte, più potente e più stronzo di te, e dove a spezzarti non basta il singolo pezzo merda può sempre arrivare lo sterco in branchi.
      Una società civile dovrebbe comunque tutelare i membri più deboli e le minoranze, è una questione – banalissima – di umanità.

      1. ovviamente sono d’accordo sull’insegnare ANCHE il rispetto e la compassione. Ma sulla non violenza sono pessimista, secondo me i violenti ci saranno sempre e occorre difendersi

      2. Sono molto d’accordo con quanto scrivi, ma per me hai un po’ rovinato tutto scrivendo “dovrebbe passare una decina d’anni a farsi infilare meduse irukandji su per il culo finché non capisce bene il concetto di dolore”.
        Capisco che è una battuta che voleva strappare un sorriso in una narrazione drammatica, ma insomma tu stesso alla fine dell’articolo sostieni l’importanza e il peso delle parole e del linguaggio ma cadi nella stessa trappola.

  1. Lo sfottò va bene. Fino a quando non supera la normale tollerabilità.
    Poi diventa molestia. Se la molestia è reiterata diventa altro: reato.
    Denunciare!
    Un caro saluto.
    w2d0

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