Il futuro non è tornato

Il futuro non è tornato.

Come diceva il buon Guzzanti “Perché Mario, forse gli anni passano, ma i mesi ritornano!“, e nonostante il “Ma che cazzo vuol dire!” che si rispondeva prosaicamente, c’era una saggezza notevole nelle sue parole.

Siamo nel 2015, esattamente in quel 21 ottobre 2015 citato in Ritorno al Futuro, un film di quando ancora eravamo in grado di stupirci e di sognare, un po’ come quando, ancora prima, si faceva leggendo Verne, con il dovuto rapporto.

Sebbene nel passato il progresso abbia sempre compiuto i suoi passi sostenuto da un’altalenante intelligenza comune, nonostante la ciclicità della storia dovuta per lo più alla natura umana, oggi la sensazione è che l’incongruenza tra le meraviglie tecnologiche delle scene futuristiche del film e la nostra realtà, tra le macchine volanti e la Multipla e tra i vestiti autocalibranti e i risvoltini, trovi una forte corrispondenza con l’incongruenza tra il futuro illuminato di una civiltà progredita che sarebbe stato lecito aspettarsi tra la fine del medioevo e l’avvento dell’era digitale, una realtà di oltre sette miliardi di persone, di razzismo, di povertà, di complottismo, di paura del cambiamento, di terrorismo, di contrarietà ai vaccini, di radicali del cibo, di ricerca del soprannaturale, di religioni (ancora!), di scie chimiche, di difensori di tutti gli animali pucciosi, di santoni, di gente che dice cose che nessuno ti dice, di redneck, che almeno hanno una scusante per essere così imbecilli, etc

Ecco, imbecilli. Questo siamo, perché quando una parte diventa il tutto, quando una parte non è più contrastata o addirittura guida, allora quella parte siamo noi. Manca una filosofia che che ci spinga in una qualche direzione che non sia quella di una banda di lemmings, ma soprattutto inizia a mancare l’intelligenza necessaria a giustificare la sopravvivenza, tanto che quando leggo notizie riguardo nuove scoperte, sviluppi nelle cure di malattie devastanti, viaggi spaziali, satira, mi stupisco che sia possibile in un mondo in cui i popoli sono una pancia ruttante e la classe dirigente un produttore di birra. Un sistema, un circolo vizioso forse, per cui potrebbe essere che la politica produca merda perché la gente mangia merda o che la gente mangi merda perché la politica produce merda. Fatto sta che il pasto non cambia.

Non so se abbia senso ancora provare a remare verso il futuro o lasciarlo cadere nel passato. Potrebbe essere questo il modo della natura di autoregolare l’eccessiva presenza umana, non una malattia, non una guerra, bensì l’idiozia, ci lasceremo morire di stupidità, fino a ricominciare da capo, sperando che rimangano in gioco i geni di quell’élite che saprà distinguere tra malattia e vaccino, tra staminali e Stamina, tra reale e spirito santo, tra ovvio e complotto, tra cura e acqua zuccherata, tra giornalisti e iene, tra etnia e razza, tra ricchezza e povertà, tra politica e negri/tutti/poveri a casa.

Il futuro, per ora, non è tornato, al più un bel salto nel passato, almeno facciamo contenti i nostalgici. E miss Italia.

[D.C.]

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