Utero in affitto e idiozia di proprietà

collodipapero

Volendo seguire la scia dei trending topic, oggi dovrei parlare di premi Oscar, o del figlio di Vendola. Purtroppo non ho visto tutti i film che erano in lizza per le statuette e comunque di Oscar ne parlano già tutti, meglio (o almeno con più convinzione) di me. Mi piacerebbe che si parlasse un po’ meno di Di Caprio e Morricone e un po’ di più del film vincitore, Spotlight, che parla di preti pedofili, ma pazienza. Dunque mi rimane “il figlio di Vendola”. Che, tanto per cominciare, non è figlio di Vendola.

Riassunto: Eddy Testa, compagno canadese di Nichi Vendola dal 2004, ha avuto di recente un figlio, nato due giorni fa, grazie alla pratica della gestazione per altri. Legalmente Vendola, essendo sposato con Eddy su suolo canadese, in Canada (e nei paesi che ammettono il matrimonio gay) è lo stepfather, o patrigno, del bambino, cui la coppia ha datto il nome di Tobia Antonio. Nella pratica, e per fortuna, gli farà proprio da papà. Cioè, per fortuna nel senso che personalmente credo sia giusto così, anche se mi chiedo quale sarà la prima parolina del bimbo, fra sinallagma, verticismo e biunivocità.

Ora, a me l’utero in affitto (sarà il modo odioso con cui lo chiamano), di base, piace poco. Certo, se una donna adulta, laddove la pratica è legale, decide in piena coscienza di prestare il suo corpo affinché una coppia possa avere un figlio, non ho nulla in contrario. Suo il corpo, sue le scelte. Rimane la paura che qualcuno “affitti” il proprio corpo per bisogno, cosa che a me proprio non va giù e che può succedere nei paesi con minori controlli (ma questo accade anche per le adozioni selvagge); c’è però da dire che come spesso accade qualcuno ci ha già pensato, e per donare il proprio utero, nei paesi con una legislazione decente (come nel caso del piccolo Tobia Antonio, nato negli States) si dev’essere in possesso di una serie di requisiti, non solo fisici e psicologici, ma anche economici. Ossia, se sei in una condizione di indigenza, non puoi prestarti per effettuare una gestazione per altri.

Quindi, piccolo inciso, per chiarezza: “il figlio di Vendola”, che come abbiamo visto non è il figlio di Vendola, non è stato “comprato” come intendono la cosa i paladini della “famiglia tradizionale” (ossia una famiglia composta da un uomo che si sposa con una donna, ci fa un figlio, divorzia, convive con una nuova compagna, ci fa una figlia e nel frattempo si tromba una conduttrice televisiva). E a meno che non consideriate “dato affidabile” un post di Adinolfi (che nella scala dei “dati affidabili” sta a metà fra una canzone di Romina Power e una scoreggia di tricheco, con la scorreggia di tricheco al primo posto fra le tre), la cifra pagata dalla coppia per l’intera procedura, e sulla cui entità effettiva non ci sono per l’appunto dati affidabili, è la somma delle spese mediche e di sostentamento alla madre, più un piccolo bonus ed è comunque una somma molto più bassa di quella necessaria all’acquisto di un parlamentare.

Dicevo: a me la gestazione per altri piace poco. Ci sono già abbastanza bambini, non ne servono altri, il cui concepimento va oltretutto a scomodare argomenti complessi come la bioetica; basterebbe una politica egalitaria sulle adozioni degne di questo nome, anche perché di casi documentati e studiati di figli adottivi di gay ce ne sono un sacco, mentre la pratica dell’utero in affitto presenta ancora diverse ombre a livello di ricadute sui bambini.

“Ma non è quello il problema, il problema è che una cosa del genere non esiste in natura!”, dirà qualcuno. A parte che alla maternità surrogata ricorrono principalmente coppie etero, ma vabé, basta mettersi d’accordo: o una cosa esiste in natura se è possibile, e allora tutto è secondo natura, oppure non lo è tutto quello che è frutto della scienza, dell’opera e dell’ingegno dell’uomo, e dunque sono contro natura non solo gli uteri in affitto, ma anche i trapianti, i soldi, le automobili, la resurrezione, il gioco d’azzardo e la chiesa cattolica. Ma, vi faccio notare, non i gay: la gente se lo tronca con piacere nel culo da quando gozzovigliavamo pelosi aggrappati a qualche ramo basso. E anche facendo questa distinzione a me rimane qualche dubbio, ci sono cose che continuano a sembrarmi contro natura, come l’esistenza di Salvini.

Intanto, io al piccolo Tobia Antonio faccio gli auguri, anzi, gliene faccio uno in particolare: che cresca felice e amato in un mondo che diventi un po’ più tollerante giorno dopo giorno.

[M.V.]

PS: un grosso grazie a Costanza Baldi per l’aiuto e l’indispensabile lavoro di raccolta informazioni.

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Informazioni su Marco Valtriani

Marco Valtriani è l'ignobile ideatore di questo blog di dubbissimo gusto, fa il pubblicitario, l'autore di giochi da tavolo e quello che dà noia. Ha assunto nel tempo diverse identità farlocche al mero fine di trollare il prossimo, non sempre con garbo, spesso con gioia. Per hobby alleva grillini in un casolare di campagna, vendendoli agli alieni e ai poteri forti, e sparge scie chimiche per conto del NWO sugli allevamenti di beagle, come del resto fanno quasi tutti quelli della Ka$t4. Il motto della sua casata è "Hear Me LOL".

3 thoughts on “Utero in affitto e idiozia di proprietà

  1. Tollerante o intollerante, il mondo, non solo non mi piace la storia dell’utero in affitto, ma, per amore verso i bimbi (non quello strombazzato egoisticamente tutti i giorni), è risaputo, che dopo una certa età, il bimbo non più bimbo vuole sapere chi è la sua mamma, e se non glielo vogliono dire, la va a cercare… e se non la trova sta male. A meno che non gli dicano: “Ti abbiamo comperato al supermercato… e abbiamo pagato con la carta di credito”.
    Per quanto riguarda la storia di gay, matrimoni, ecc. il discorso sarebbe troppo lungo e allora ti auguro un buon pomeriggio.
    Quarc

  2. Hmmm. Dammi pure del paladino, ma sinceramente a me sembra una compravendita. Non riesco a vederla diversamente. Non so quali siano le spese mediche in questione da sostenere, e non so quanto venga pagata la madre surrogata, o se preferisci la “gestante conto terzi”, ma provo un senso istintivo di fastidio alla sola idea. A prescindere dal fatto che venga usufruita da coppie etero, gay o musulmane. E come nota giustamente Quarc, la volontà di conoscere le proprie origini è un tema decisamente spinoso. Un figlio ha il diritto di conoscere le sue origini, anche della madre che lo ha portato in grembo per mesi (non ti è mai balzata in mente la figura di un contenitore usa e getta?).

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