Tyrannosaurus Brexit

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Un articolo albionicamente cretaceo di Franco Sardo

Sulla Brexit, come già detto, non c’è un cazzo da ridere. A parte pensare che un essere umano dalle fattezze di una cabina telefonica con in testa le tracce delle cagate di 17 milioni 410 mila 742 gabbiani (il 51,7 dei gabbiani inglesi volanti), Boris Johnson, adesso si trova ad essere la persona più titolata a gestire la transizione da una situazione di mercato libero, cooperazione e integrazione con l’Unione Europea, ad un isolazionismo autarchico solipsistico al cui confronto ascoltarsi in cameretta al buio con un cuscino sulla faccia Love Will Tears Us Apart dei Joy Division risulta essere l’equivalente di un Gay Pride per le strade di San Francisco. No ok, ho esagerato apposta: non è proprio la persona più titolata a farlo, ma in questo momento dall’Inghilterra sembra arrivare una tale aria di insensatezza che Alice nel Paese delle Meraviglie in confronto sembra il Tractatus Logico-Filosoficus di Wittgenstein, per cui tutto sembra possibile. Ripassiamo allora un secondo alcuni dei fatti che hanno trasformato l’integerrima Inghilterra in una sorta di Monty Python’s Black Mirror.

tbrexit

Nel 2015 Cameron e i suoi conservatori stravincono le elezioni. Uno dei punti cardine della loro campagna elettorale era, oltre alla suinonecrofilia, il referendum sull’uscita dall’Unione Europea, inizialmente fissato per la fine del 2017, nel caso in cui l’UE non accetti di rinegoziare gli accordi con la Gran Bretagna, che vuole il mercato libero, niente tasse, niente leggi Ue e i profughi in Francia. Ovviamente Cameron vuole uscire dall’Ue come uno sciachimichista vorrebbe uscire dal blog di Rosario Marcianò, ma grazie a questa mossa elettorale tiene sotto i livelli di guardia l’Ukip, partito di estrema destra che fa della Brexit una delle sue principali battaglie, oltre a quella, in linea con la loro idea di libertà a dire il vero, di poter dare fuoco ai polacchi (old but gold). Tanta è la batosta che Nigel Farage, quella sorta di faina strafatta di fumi di vernice in cravatta che guida l’Ukip, si dimette. Ma il partito, che è contento di aver ottenuto ben un seggio in parlamento, lo prega di ritirare le sue dimissioni e indovinate un po’? Si, Farage sceglie Remain.

Nel 2015 la Grecia, per i mirabolanti motivi che non stiamo qui a sintetizzare (lasciate stare i Ray Ban in offerta e informatevi, cazzo), rischia di uscire dall’Ue, l’Ue si caga in mano e allora Cameron dice “Faremo il referendum l’anno prossimo, così vi terremo per le palle e ci darete tutto quello che vogliamo.” E così il voto viene anticipato, con grande contentezza dei nazionalisti dell’Ukip che per l’occasione inventano la brioche inglese: è uguale a quella francese ma la Regina ha ancora la sua testa sul collo.

Nel Febbraio 2015 Cameron incontra l’Ue per contrattare quella fetta di culo che al Primo Ministro albionico piace tanto. L’inflessibile governo dell’Ue che abbiamo visto all’opera con la Grecia si conferma una baracconata visto che gli inglesi ottengono tutto quello che vogliono. Nonostante tutto Cameron torna in patria e annuncia: “Bene, farò campagna elettorale per il Remain, però uffa, voi non mi venite proprio per niente incontro.”

A quel punto il partito conservatore per non appiattirsi sulle posizioni adolescenziali di Cameron si divide in una componente probrexit, rappresentata dall’elettrodomestico sopra citato Boris Johnson, che nel frattempo si è visto sostituire da un labourista figlio di pakistani sulla poltrona di sindaco di Londra.

Compito di Johnson evidentemente è quello di ricordare al cittadino britannico medio che in quanto a nazionalismo xenofobo becero i Tory non si fanno mettere i piedi in testa da nessuno, semmai apprezzano il feetjob che i labouristi di Corbyn si praticano a vicenda nell’indecisione di stare affianco ai conservatori per il Leave oppure affianco ai conservatori per il Remain.

Alla vigilia del voto tutti i sondaggisti danno il Remain in vantaggio, seppur in maniera minima, in controtendenza con i mesi precedenti in cui il Leave sembrava poter avere la meglio. Se in questo cambio di tendenza c’entri l’assassino di Joe Cox non è dato saperlo, ma è facile pensarlo. D’altra parte è proprio imprevedibile che basare la propria campagna elettorale sull’odio per il diverso e sulla distruzione dell’avversario porti uno psicopatico a uccidere una parlamentare progressista al grido di “Britain first”. Grido che evidentemente si riferiva a chi doveva essere fatto fuori prima.

Arriva il voto, e subito sembrano confermarsi i dati della vigilia, complici degli exit poll eseguiti su un campione di quattro gatti probabilmente appena usciti dal seggio elettorale della City di Londra, una sorta di Stato nello Stato (come per noi il Vaticano ma con le tasse), che da solo produce più del 10% dell’intero Pil della Gran Bretagna e in cui, ma guarda un po’, il Remain era dato per favorito. Intanto i mercati festeggiano, stappano gli spumanti, partono le prime strisce di coca, e ovviamente gli squali alzano i prezzi pregustando il momento in cui venderanno azioni che valgono quanto una Rolls Royce per poi ricomprarle 8 ore dopo al prezzo di un Califfone usato.

Quando arrivano i primi dati, infatti, il mondo, e in particolare l’Inghilterra, e in particolare Cameron, si schiantano sull’iceberg della realtà mentre Celine Dion scalda le sue corde vocali a bordo campo. Il Leave si porta subito in vantaggio durante lo spoglio e lo terrà pressapoco per tutta la durata della lunga notte di scrutinio, per finire in maggioranza di 1,7 punti percentuali sul Remain.

Near, far, wherever you are I believe that the heart does go on, once more you open the door, and you’re here in my heart, and my heart will go on and on.

La sterlina cola a picco con tutto il Titanic, arrivando a raggiungere il valore di 30 anni fa. Una svalutazione incredibilmente rapida, che rende oggi più conveniente andare in Inghilterra che prendere l’autostrada da Firenze a Bologna. E senza nemmeno bisogno di stampare moneta! Salvini è talmente tanto contento del risultato che subito chiama un referendum anche in Italia, in Francia la Le Pen fa altrettanto ma giusto per una ben nota invidia penis nei confronti di Cameron, la Germania punta i piedi, il M5S decide di diventare europeista nottetempo, Renzi come al solito non dice niente di rilevante, mentre Juncker poggia con violenza sul tavolo il cognac con cui fa colazione e dice: “Gli inglesi prendono i referendum come fossero partite di calcio. Ma questo è fallo: espulsione e rigore!”

Nel frattempo la Regina perde la testa tanto che rischia di cedere il trono al figlio Carlo (un momento di sbandamento comprensibile per una donna di 90 anni che ha sempre lavorato per un’Europa unita giocando a bridge con le amiche e reprimendo i nordirlandesi), l’Irlanda del Nord rispolvera l’Ira ed è pronta ad aggregarsi all’Irlanda, la Scozia chiede di rifare il referendum separatista assicurando a tutti che questa volta lo vincerà (come l’altra volta) e vuole bloccare la Brexit in Parlamento mentre la Cornovaglia, che compatta vota Leave, si sveglia con decine di milioni di euro di paghetta di Bruxelles in meno. Tant’è che si comincia a sentire la prima voce: “Ma non avremo mica fatto una cazzata?”

Davanti a tutto questo un uomo dai solidi principi e dal grande senso delle istituzioni come Cameron si dimette e apre una crisi di governo che porta l’Inghilterra per un attimo talmente in confusione che qualcuno è pronto a chiedere l’immediata sostituzione della monarchia in favore di una repubblica presieduta da Napolitano. Ma poi passa, e tutto torna normale, tipo quando Farage ammette che la campagna elettorale per il Leave è stata tutta basata su una menzogna, con un’evidente sovrastima della sua persona. Vero che è stato importante, ma dire che tutto è stato basato su di lui ci sembra veramente troppo.

Un What The Fuck si propaga sul pianeta dall’Isola che un tempo era stata teatro della guerra fra i Beatles e dai Rolling Stones. Su internet ovviamente, tutto questo prende il connotato sbarazzino e melodrammatico del lol e del omg. Dalla melma di analisi impulsive e risposte superficiali (di cui state leggendo la punta di diamante) emerge però qualcosa di incredibile. Un Buongiorno di Gramellini? No, se qualcosa è successo di buono venerdì mattina è che nessuno se n’è fottuta una beata minchia di quella rubrica inutile. Meglio: una petizione online presentata al parlamento inglese che in sostanza chiede di regolamentare i referendum in maniera che senza il 60% di preferenze per una parte o per l’altra si debba ripetere il voto. Nel caso della Brexit quindi vorrebbe dire: ripetere il voto.

La petizione raggiunge e supera le 3 milioni di firme, finisce nelle bacheche di mezzo mondo e ovviamente sui giornali e le televisioni. Solo dopo un po’ ci si accorge che la validità di quella raccolta firme è pari soltanto alla validità istituzionale del Pomodoro che ha avuto più fan di Berlusconi. Cameron è comunque costretto a smentire la diceria di un secondo voto, cosa che non lo disturba più di tanto, visto che ormai è privo di qualsivoglia dignità. Ironia della sorte si scopre che la petizione era opera di un attivista pro-Leave a Maggio, che la aprì con la convinzione che il Remain vincesse. A nome mio, ma penso un po’ di tutti, grazie per le risate, William Oliver Healey.

E giungiamo così a oggi, fra un rigurgito razzista fra le strade dell’Inghilterra e lo sgomento di chi ha votato Leave per votare contro Cameron convinto che tanto avrebbe vinto il Remain e Cameron non si sarebbe dimesso. Un applauso anche a loro e alla fulgida brillantezza delle loro menti, gente capace di cercare su Google, anche se non in massa come qualcuno ha detto, cosa fosse l’Ue dopo aver votato per lasciarla. Mi auguro che nessuno proponga mai un referendum sulla respirazione polmonare dell’ossigeno.

L’Ue a questo punto non vede l’ora che la Gran Bretagna se ne vada il prima possibile, manco fosse un’appestata che coi suoi dubbi esistenziali possa minare la credibilità delle istituzioni e dell’economia europea (la sentite la risata di Varoufakis in sottofondo?) mentre gli inglesi con il loro solito aplomb, dopo averci pensato un attimo dichiarano: “Usciremo dall’Europa quando saremo pronti”. Ridete, è humor inglese.

Ora, la ricostruzione è stata già abbastanza prolissa, quindi mi limiterò a focalizzare su ciò che per me è realmente la questione più importante di questi giorni solo in queste ultime righe (fate finta che sia l’happy ending di un rapporto sessuale per voi mai stato così lungo): per quanto tempo ancora vogliamo mandare la gente a votare in una competizione che porta a un vincitore e a uno sconfitto e chiamarla democrazia? Per quanto ancora la maggioranza del 50% + 1 può determinare inderogabilmente la vita del 50%-1? Come si può pensare che questo non porti a divisioni immani, a vuoti di rappresentanza e frustrazioni incolmabili? Come può uscire integra una nazione che lasci decidere una così rilevante porzione di presente e di futuro a qualcosa come un punto percentuale di popolazione?

Noi italiani per esempio ci stiamo avviando ad una riforma elettorale e costituzionale che teoricamente potrebbe dare il paese in mano ad un partito che ha preso il 25% ad un’elezione a cui hanno partecipato il 50% delle persone. Parliamo di una scelta che trova d’accordo appena un ottavo degli elettori. E in potenziale disaccordo l’87,5%. Quanto dissenso è capace di sopportare un governo eletto in virtù di un così ristretto consenso?

Forse bisognerebbe smettere di considerare ogni cosa che riguardi un voto democrazia, e ricordarsi che democratica non è solo la modalità di voto, ma prima di tutto la ripartizione proporzionale del potere che ne deriva. Lo so, è difficile. D’altra parte non credo che per quella scimmia scendere dagli alberi e mettersi in piedi sia stata una passeggiata.

[F.S.]

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4 comments

  1. Secondo me quanto sta accadendo evidenzia semplicemente che ci servono nuovi concetti per definire le entità geopolitiche che chiamiamo “paesi”.

    Che cosa vuol dire essere italiani, o inglesi o tedeschi? Cosa significa sentirsi europei?

    Anni fa scrissi qualche appunto: http://marco.guardigli.it/2010/01/evaporating-borders-need-of-new.html

    Dobbiamo ridefinire i concetti di appartenenza, nazionalità, politica, consenso.

    Potremmo quindi “votare” col telefonino, anche tutte le mattine, se serve, e io credo che potrebbe aiutare. E il dibattito politico sarebbe più “dibattito” e più “politico”. E si potrebbe essere fieri di cambiare idea, perchè di fatto cambiare significa imparare, e auspicabilmente migliorare.

    1. Beh, la parola “Votare” potrebbe semplicemente cambiare un po’ significato e divenire “esprimere la propria opinione”. Non vedo perchè in modo temporalmente rarefatto, solo esprimendo pochi bit, solo se chiamati, in segreto, e dentro una orrida cabina elettorale che sembra un confessionale… La democrazia deve evolversi e fluidificarsi, visto che funziona male.

      1. Ma allora che senso ha votare se tanto poi è solo un’opinione? Che senso hanno le leggi se le si possono cambiare il giorno dopo a seconda di come gira? Che senso hanno le istituzioni democratiche se tutto può essere deciso sempre dalla massa?

        Pena di morte? Un giorno c’è un giorno no. Imu? Un giorno c’è un giorno no. Istruzione Pubblica Gratuita? Un giorno c’è un giorno no. Fammici pensare…

        Così a occhio mi sembra più utile abbellire le cabine elettorali.

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