Sbatti Charlie su Facebook

Una guida per principianti per essere un filo meno stronzi di Franco Sardo

Guardate bene questo screenshot. Leggete quello che c’è scritto. Sapete cos’è? E’ il modo con cui la vignetta di Charlie Hebdo sul terremoto è arrivata in Italia. La prima fonte. Il paziente zero. Notate la serenità con cui si commenta l’immagine? La pacatezza della posizione, che pur nello sforzo di comprendere la natura intima del messaggio, lascia al lettore la possibilità di uno sguardo autonomo e personale, ricreando al tempo stesso le medesime condizioni di contesto con le quali la vignetta è stata pubblicata in origine?

14218597_10210759050156463_709620006_n.pngNotate la perfetta traduzione dal francese, con tutti i rimandi lessicali e i giochi di parole presenti nella battuta? No, non notate un cazzo di tutto questo, perché la vignetta è stata condivisa affiancandola alla morte di una bambina. Di cui, per evitare di andare troppo sul personale, si scrive nome e cognome. Un contrasto dal dolore abbagliante. 900 condivisioni. Da quel momento l’immagine rimbalzerà ovunque sui social d’Italia. Gli effetti li conoscete tutti. I titoli con cui i quotidiani colgono al volo l’occasione della notiziabilità sono pressoché una variazione di “La Vignetta Indecente che Sfotte il Terremoto”. Anche se sappiamo che c’è stato di molto ma molto peggio.

Ora, io non credo che un bambino di otto anni legga questo articolo. Non perché non lo possa fisicamente leggere, infatti ci sono discrete possibilità che qualche bambino venga attratto dalle sevizie di Paperino, i motivi non sto qui a spiegarveli, semmai perché tutto di questo sito e di questo articolo viene fatto rivolgendosi ad altri, ovvero: persone capaci di leggere e comprendere un testo lungo sia nel suo significato letterale che nei suoi sottotesti. Motivo per cui uso il linguaggo diretto che non userei se dovessi parlare a un bambino di otto anni di quanto sono coglioni quelli che hanno abboccato all’indignazione preconfezionata propostagli da quella condivisione.

Quella vignetta è uscita in Francia, nell’ultima pagina di un settimanale satirico balzato suo malgrado alle cronache per la strage che ha subito nel gennaio del 2015, un giornale che è sempre stato considerato (e si considera esso stesso) stupido e cattivo, un giornale a pagamento. La vignetta stampata ha un formato nell’ordine di pochi centimetri, ed è in mezzo ad un’altra decina di vignette degli argomenti più disparati, in una sezione che il settimanale stesso usa per mettere le cose più oscene e truci, chiamandole ironicamente “copertine scartate”. Cioè, stiamo parlando della zona più notoriamente scorretta del giornale più notoriamente scorretto della Francia. In francese, e senza alcun altro tipo di ulteriore condivisione. Eppure Charlie Hebdo ha un pagina Facebook attiva da più di due milioni di contatti, dove pure pubblica le sue vignette. Questo cosa significa? Che forse quella cazzo di vignetta non era fatta per essere sbattuta in faccia a degli stranieri non francofoni che hanno appena vissuto il dramma del terremoto. Che forse il modo in cui quella vignetta avrebbe dovuto essere presentata non è quello di affiancarne l’impatto emotivo con la morte di una bambina. Che forse se veramente lo scopo di quella vignetta fosse stato far incazzare gli italiani per vendere più copie o essere semplicemente più visibili magari i redattori di Charlie Hebdo avrebbero fatto qualcosa per assicurarsi che gli italiani la vedessero e si incazzassero, tipo chessò, condividerla. Che forse, se rubi (si, tecnicamente distribuire quella vignetta senza autorizzazione del settimanale è rubare, e bla bla bla internet funziona così bla bla bla, lo so, non ne faccio una questione di diritto, ma di responsabilità) una vignetta da un posto come quello e la sbatti in Italia in questo modo e in questo momento tu sai esattamente qual è l’effetto che vuoi ottenere: lo sdegno, lo schifo, la repulsione, l’offesa, la reazione di pancia, quella merda di atteggiamento che sta distruggendo ogni cazzo d’intelligenza e moderazione per cui vaffanculo l’emozione non si discute e chi si offende e si incazza per primo si chiude al resto del mondo a respirarsi da solo le scorregge del proprio cervello. E questo è il modo in cui lo direi a un bambino di otto anni.

In un mondo in cui tutto si decontestualizza, tutto si diffonde, tutto si può manifestare ingigantito e ripetuto all’infinito, non si può semplicemente deresponsabilizzare chi si fa autore e tramite di condivisioni e ricontestualizzazioni. Specie se l’intenzione e i modi sono così evidentemente distanti dagli autori originali. Chi ci ha guadagnato dal polverone scatenato dall’arrivo di questa vignetta in Italia? Oltre ai social network, intendo. Non certo Charlie Hebdo, che di fama già ne ha parecchia e che in sostanza si è visto odiato praticamente da un paese intero, e che non ha guadagnato un soldo dal diffondersi dell’immagine. Direi soprattutto i giornali che ne hanno fatto una corsa allo scandalo, oppure ne hanno fatto un baluardo sul quale piazzare il mortaio delle loro posizioni più retrive. Ma ci hanno guadagnato molto anche tutti i politici e la classe dirigente italiana che ha avuto così modo di prendersela molto comodamente con un bersaglio, tanto più straniero, e apparire così dei magnifici e splendenti difensori dell’onore dell’Italia e della memoria dei caduti. E poi ci siamo stati noi, la gente che scrive le proprie opinioni su internet, che ha potuto schierarsi a favore o contro, per ribadire la propria esistenza. In mezzo una quantità di auguri di morte, di minacce e di insulti verso Charlie Hebdo che non si vedeva dai tempi di… boh, un paio di giorni fa, al massimo. Tutti o quasi, discutendo se quella vignetta fosse più o meno satira, fosse più o meno bella, fosse più o meno intelligente. Cazzate. Quella vignetta non era per noi.  Non siamo noi a doverla giudicare. E non è che non fosse per noi per ché non possiamo capirla o perché ci offende. Non ne abbiamo semplicemente gli strumenti, o meglio, non siamo abbastanza distaccati da poterne e volerne cogliere l’ironia. Non è per noi perchè non può essere per noi l’umorismo nero e greve su un terremoto che ha appena colpito l’Italia, pubblicato in francese da una rivista in Francia. Non vado a raccontare questa barzelletta ai malati di cancro:



Un malato di cancro chiede al medico del reparto oncologico:

“Quanto mi rimane? Un anno?”.

“Meno!”.


”Un mese?”.


”Meno!”.


”Un giorno?”.


”Meno!”.


Esce sconsolato e vede passare un carro funebre: “TAXI!”

Se lo faccio lo stronzo sono io, non chi l’ha inventata. L’idea stessa che questi principi di semplice comunicazione vadano ribaditi è allarmante. Sempre più le testate nazionali bramano l’attenzione del pubblico condividendo immagini e filmati shockanti. La morbosa copertura mediatica che in certi casi ha toccato il terremoto fa parte di questo stesso processo di vendita e diffusione di emozioni. E tanto più un’emozione è semplice tanto più l’investimento sarà garantito. La vignetta di Charlie Hebdo è controversa, vuole esserlo, vuole inserire una complessità in ciò che semplicisticamente si considera compassione per le vittime. Questo ovviamente è troppo per chi nei confronti del dramma vuole avere un atteggiamento assoluto. Perciò la si banalizza, la si trasforma in un’offesa diretta alle vittime, meglio se minori, del sisma e il gioco è fatto: muoia Charlie Hebdo, muoia il nostro nuovo mostro!

Il paradosso è che nel momento storico della “condivisione”, questa azione umana che ha le stesse implicazioni di qualsiasi altra, viene considerata sostanzialmente neutrale se non persino naturale. Naturale che se vedi qualcosa che ti piace lo condividi. Naturale che se vedi qualcosa che non ti piace lo condividi. E invece no, non è naturale e non è neutrale. E in ogni vostra condivisione c’è uno scarto di senso in più rispetto a qualsiasi fonte originale. E, toh, che strano, spesso questo provoca ingiustizie. Ogni condivisione è una traduzione. Ma se non siete in grado di capire, cosa volete tradurre e per chi? Non siete mica tutti Luttazzi.

[F.S.]

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Informazioni su Marco Valtriani

Marco Valtriani è l'ignobile ideatore di questo blog di dubbissimo gusto, fa il pubblicitario, l'autore di giochi da tavolo e quello che dà noia. Ha assunto nel tempo diverse identità farlocche al mero fine di trollare il prossimo, non sempre con garbo, spesso con gioia. Per hobby alleva grillini in un casolare di campagna, vendendoli agli alieni e ai poteri forti, e sparge scie chimiche per conto del NWO sugli allevamenti di beagle, come del resto fanno quasi tutti quelli della Ka$t4. Il motto della sua casata è "Hear Me LOL".

3 thoughts on “Sbatti Charlie su Facebook

  1. ciao, onestamente questa volta faccio fatica a seguirvi o a condividere il vostro pensiero. credo sia abbastanza “normale” pensare che chi ha fatto la vignetta sapesse che sarebbe stata vista altrove. Suvvia, è un giornale satirico che per ragioni tragiche è abbastanza noto. dubitavano che sarebbe stata vista in italia? ma al di la di questo, ed sottolineando che continuerò ad essere solidale a Charlie Hebdo ed a favore del loro diritto di scrivere cose che pure mi possano offendere, non capisco proprio la vignetta. Vedere l’autore che pubblica una seconda vignetta per spiegare che le case in italia le fa la mafia… come a volere alludere che la prima vignetta era contro la corruzione in italia mi sa MOLTO di operazione di deresponsabilizzazione. Da dove lo si capisce nella prima vignetta? E cosa c’entra la mafia con le case crollate in abruzzo e nel lazio? A me è sembrata un’uscita davvero inguardabile e basata su pregiudizi molto forti da parte dell’autore verso l’italia. Sul fatto che le indignazioni su facebook e giornali lasciano il tempo che trovano, concordo ovviamente. Saluti Missi

  2. Pingback: Questione di rispetto. | non si sevizia un paperino

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