Vince Hillary.

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Un’incursione nella psefologia di Franco Sardo

Questi sono solo alcuni dei link che potrei usare per darvi un’idea, caso mai foste arrivati sulla Terra solo stamattina, di quanto la vittoria di Hillary Clinton fosse stata data per scontata. O quanto meno di quanto, in una maniera o nell’altra, venisse dipinta come favorita assoluta, con punte di umorismo involontario a posteriori decisamente memorabili, tipo il “99% di possibilità di diventare presidente” secondo il neuroscienziato e psefologo (calmi, poi vi dico) Sam Wang di Princeton, oppure la promessa di Sciltian Gastaldi di cambiare “nome e identità” nel caso non fosse stata eletta. Il motivo? Sondaggi e opinioni. Cifre e parole a non finire. Certo, c’erano anche opinioni che ci ricordavano come la vittoria di Trump fosse ben più che una risicata probabilità statistica. Ma nessun sondaggio ha mai lontanamente previsto il risultato delle elezioni americane. Come per la Brexit, e molte altre occasioni. Oddio, forse non proprio nessuno.

Ora, per prima cosa ricordiamoci che quel razzista, misogino, omofobo, paraculo, armaiolo, ignorante, sfruttatore di Trump ha vinto con evidente merito, e sì purtroppo le elezioni tocca prenderle per questo verso, altrimenti è inutile proprio che iscriviate i vostri figli all’anagrafe. Ha meritato perché ha demeritato meno della Clinton, e in queste occasioni demeritare meno dell’avversario è generalmente il più grande merito. Entrambi hanno preso meno voti dei loro due precedenti corrispettivi repubblicani (McCain e Romney) e democratici (Obama e ancora Obama), ma Trump ne ha persi meno della Clinton, che comunque ne ha presi più di Trump, che comunque però ha vinto. Se tutto questo vi sembra confuso, capzioso e approssimativo, provate a farvi spiegare le elezioni da Gianni Riotta, che in questo momento sta scrivendo proprio frasi del tipo “Trump ha vinto con evidente merito”.

Ma non è il risultato elettorale che ci interessa, né eseguire carpiati retorici per passare da una condanna ontologica ad una compassionevole apologetica di Trump. Il problema sono i sondaggi. Perché passino le opinioni, in quanto tali opinabili, personali e per quanto carismatica e popolare la fonte possono essere sempre facilmente derubricate a posizioni interessate. Ma i sondaggi, per le loro caratteristiche e i loro intenti, cercano di dare un’interpretazione realistica della realtà. Si avvicinano a ciò che si potrebbe dire una scienza numerica della descrizione del comportamento sociale. Non è un caso se l’analisi statistica sia una delle più fulgide produzioni del pensiero positivista. L’idea è descrivere e comunicare numericamente uno stato fattuale (in quel caso si parla di censimento) o un’intenzione (vero e proprio sondaggio). Seppure anche il censimento ha ampi margini di errore (si pensi alle dichiarazioni dei redditi), il vero dramma si consuma quando si vanno ad indagare le intenzioni, per loro natura volubili, delle persone. Stiamo parlando dell’esatta differenza fra le previsioni (sondaggi) e il conteggio delle schede (censimento), per esempio, delle elezioni americane. La differenza, in questo caso, fra un occidente guidato da una donna progressista che forse ci avrebbe portato alla guerra termonucleare, e un occidente guidato da un uomo reazionario che forse ci porterà ad una guerra termonucleare.

Allora perché ci si affida così tanto ai sondaggi? Perché siamo piccole accozzaglie organiche autocoscienti spaventate da un universo caotico e abbiamo bisogno costante di coccole tramite risposte positive continue. La statistica è come un social network in cui si pubblicano questionari invece che gattini. E questo lo si fa a maggior ragione quando dobbiamo prendere una decisione molto rilevante, o addirittura scegliere quale delle altre piccole accozzaglie organiche autocoscienti spaventate dovrà avere molto ma molto più potere di noi sulla gestione delle nostre vite: il voto, appunto. Conoscere per deliberare, sì, ma cosa conoscere? Siamo sicuri che mi serva sapere il colore della pelle degli elettori di un candidato per decidere se votarlo o meno? Non sarebbe razzista come procedimento mentale? E la domanda di prima, non questa, l’altra, non sembra razzista anch’essa? E questa ancora?

Arriviamo quindi dritti al punto della psefologia, ovvero, in poche parole, lo studio dei comportamenti elettorali. Si prendono i sondaggi che si reputano più autorevoli, si intersecano con i risultati elettorali che si considerano più analoghi, si interpolano con delle variabili che si valutano più efficaci e si ottengono dei risultati come appunto una vittoria di Hillary Clinton al 99%. Poi cosa si fa, si pubblica il report, lo si affianca ad altri sondaggi simili, e se ne ottiene, come minimo, che se tu elettore medio vuoi che vinca la Clinton hai la sensazione che la maggioranza la pensi già come te, e hai, senza dover fare nulla, una discreta possibilità di ottenere ciò che vuoi. Viceversa, se tu sei un elettore di Trump questi numeri ti dicono che sei ancora una minoranza e che la vittoria dipende direttamente dalla tua determinazione nel votare e nel far votare. Perché esattamente come ogni osservazione, il sondaggio non lascia invariato il sistema osservato. Anzi, si dice spesso che è proprio attraverso i sondaggi che si cerca di convincere la gente, ed è in buona parte vero: le agenzie fanno sondaggi che poi pubblicano producendo opinione che va a influenzare i successivi sondaggi che poi pubblicano eccetera… Solo che in questo ciclo dell’opinione ci sono almeno un paio di cose che lo rendono sostanzialmente stocastico:

1) Le agenzie, salvo rari casi, sono parte in causa perché legate in qualche modo alle parti in causa.


2) Anche in caso di imparzialità e rigore scientifico nell’elaborazione dei dati, il luogo in cui questi vengono pubblicati influenza di molto la loro percezione.

3) Anche in casi di imparzialità ci possono essere dei metodi più o meno adatti ad indagare con efficacia certi fenomeni, ovvero: non tutti sondaggi vanno bene per tutto.


4) Nei casi di analisi di big data spesso la mole di informazioni è talmente tanto grande che anche un piccolo errore può portare ad una distorsione macroscopica della valutazione del fenomeno.

5) Il campione di riferimento è tutto, ed è molto difficile averne uno eterogeneo al punto giusto, in quanto questo richiederebbe conoscere la realtà prima di indagarla.

E questi sono solo alcune delle criticità che si dovrebbero sempre tenere a mente quando si vede un sondaggio. Ricorderete l’adagio “la statistica è quella scienza per cui se io ho un pollo e tu muori di fame abbiamo mezzo pollo a testa”, ebbene, rappresenta molto bene il livello di distorsione che facilmente si può verificare nell’osservazione dei dati. Tanto più che i sondaggi sono ovunque e queste criticità per i professionisti non sono certo un mistero. Allora perché li fanno? Perché il sondaggio è un valore di per sé. È notiziabile, è vendibile, incuriosisce e si può discutere, per questo motivo è, ad oggi, un prodotto prevalentemente politico e giornalistico. Informativo, appunto, ma proprio per questo motivo totalmente integrato in quel mercato di informazioni, qualunque sia il loro valore scientifico, che costituisce la materia prima dei media. Verrebbe da dire, a questo punto, di abbandonare il sapere aude, rinunciare al coraggio di conoscere, solo che poi di questo passo prima o poi finisci per farti prendere dalla curiosità e ti vai a informare da Rosario Marcianò.


E allora cosa dovrebbero fare i sondaggisti per evitare che il loro mestiere divenga ? Avrei un paio di proposte:


Primo: non me ne fotte un cazzo di sapere se su cento persone 50 votano Tizio e 50 votano Caio se non so con che determinazione hanno risposto. I sondaggisti dopo aver chiesto “Per chi voterai?” dovrebbero chiedere, “In una scala che va da Respirare Controvoglia a Roberto Da Crema con quanta intenzione andrai a votare?” Così magari scopriremmo che è più utile avere 10 molto convinti piuttosto che 100 svogliati.

Secondo: se poi si devono pubblicare i sondaggi sarebbe interessante sapere se le opinioni delle persone interrogate si sono formate o sono state influenzate dai sondaggi, in una scala che potrebbe andare da Mi dite cosa ne penso? a Opinionista presso me stesso, perché altrimenti ogni pubblicazione di sondaggio manda scientificamente a puttane quella successiva. In questo modo ci si accorgerebbe che una persona che non si interessa di quanti altri la pensano come lui tende a dare risposte più sincere.

Terzo: aprire ogni pubblicazione di sondaggio e studio analitico e psefologico con un disclaimer del tipo “Questa è un’opera di fantasia. Nomi, istituzioni, luoghi e la loro interpretazione sono frutto dell’immaginazione dell’autore e non sono da considerarsi reali. Qualsiasi somiglianza con fatti, scenari, organizzazioni o persone, viventi o defunte, veri o immaginari è da considerarsi del tutto casuale.” Così magari ci renderemo finalmente conto che Pagnoncelli non è l’ultimo dei sondaggisti, bensì il primo dei poeti e potremmo tornare ad amarlo.

[F.S.]

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