Perché il Movimento 5 Stelle non può governare.

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Antefatto uno. Livorno. Filippo Nogarin, sindaco della città, tuona su Facebook contro i vaccini obbligatori. Al di là delle castronerie scientifiche contenute nel post, la cosa che mi preme far notare è questa: alle rimostranze di un’utente, il sindaco risponde “Allora lo stabilisse una norma nazionale. Ma perché si devono fare solo in Toscana?”. Perché? Nogarin, guarda che è semplice: perché le vaccinazioni sono materia sanitaria, e le questioni di natura medica sono di competenza regionale, in base alle norme sull’autonomia in campo sanitario attualmente vigente. Se il sindaco di Livorno avesse voluto altrimenti, come pare, avrebbe potuto comodamente votare Sì al referendum costituzionale e cambiare le cose ma, evidentemente, non sa come cazzo funzionano le Regioni. Per dirla breve, è un’istituzione che ignora il funzionamento delle istituzioni.

Antefatto due. Virginia Raggi viene indagata per abuso d’ufficio e falso in atto pubblico. Ovviamente gli oppositori si scatenano: se per anni il tuo partito dice che deve dimettersi chiunque sia indagato, poco importa che  abbia cambiato rotta nell’ultimo mese, è normale che ti mettano in croce. In realtà vale anche per la Raggi il presupposto d’innocenza, è indagata, non condannata. Dov’è dunque il problema? Che la Raggi ha sempre faticato e preso schiaffi a destra e a sinistra: la giunta che non arriva, le defezioni, le indagini. E i balletti inopportuni, le dirette streaming ridicole, i panini divisi coi gabbiani sul tetto. È vero, la Raggi deve fare i conti con un sistema complesso e un’opposizione serrata e feroce. Ma questa, mi spiace, è un po’ una roba da “e grazie al cazzo”: è il sindaco di Roma ed è un’esponente della forza politica più fastidiosamente e inopportunamente moralista d’Italia. Ma non è solo quello il problema: il problema è che Virginia Raggi sembra essere teleguidata, tipo Ambra Angiolini ai tempi di Boncompagni; sembra sempre spaesata, impacciata, sballottata, in balia degli eventi. Sembra una persona sprovveduta. Fuori contesto, incapace di reagire e, ahilei, pure di agire.

Antefatto tre. Dopo la sentenza della Consulta, l’Italicum diventa una legge elettorale diversa: se ne va il ballottaggio, resta il premio di maggioranza per il partito che prende almeno il 40%. In pratica un proporzionale con premio di maggioranza, solo che ottenere il premio è un casino. Ma, sul Sacro Blog, Grillo tuona: “voto subito!”. Solo che quasi tutte le proiezioni fatte sulla nuova legge elettoriale, fra cui una particolarmente dettagliata del Corriere.it, concordano nel dire che se si votasse oggi con questa legge sarebbe difficilissimo mettere in piedi un Governo. In sostanza i casi sono due: o a Grillo non interessa che ci sia un Governo funzionante, oppure dà fiato alla bocca senza aver capito un cazzo del sistema elettorale uscito dalla Consulta. Anche in questo caso, pure tralasciando le ipotesi di populismo e le manovre di propaganda elettorale, quello che emerge è un senso di confusione riguardo al sistema politico e le sue dinamiche.

Tre antefatti che hanno come scopo quello di mostrare come, anche prendendo in esame un lasso di tempo molto breve, il Movimento Cinque Stelle oscilli fra incompetenza, inconsistenza e incoscienza quando si tratta di res publica. A questo aggiungiamo tutte le castronerie dette in questi anni: “il Presidente del Consiglio non eletto dal popolo” letto un po’ ovunque, il “referendum per uscire dall’Euro” di Grillo, la Costituzione “votata a suffragio universale” di Di Battista… un’ignoranza palpabile in materia istituzionale che, ogni volta che a un cinquestelle viene dato in mano un qualche potere, diventa un boomerang, soprattutto quando entrano in conflitto le amministrazioni col direttorio del Movimento, o quando i pentastellati coinvolti non sono, scava scava, honesti come dicono.

Si va quindi dalle espulsioni per i motivi più disparati (che a volte sono “pentastellatamente coerenti” ma ridicole, come quando fecero dimettere la capogruppo di Porto Torres perché fidanzata con un giornalista “nemico”), all’abuso d’ufficio di Pizzarotti, Raggi e Nogarin (indagato anche per concorso in bancarotta fraudolenta), alle firme false di Palermo, fino alle pagine più buie, come il brutto caso di Giovanni De Robbio (espulso perché indagato per voto di scambio e tentativo di estorsione) o le case abusive del sindaco di Bagheria, che non si è dimesso, non è stato espulso, ma ha chiesto scusa (siamo a posto così?). Badate bene, non sto dicendo che “sono uguali agli altri”, o peggio, o chissà che. Anzi, sono convinto che molte di queste cose siano fatte per ignoranza e non per volontà di nuocere alla comunità. Ma fa lo stesso. Se l’ignoranza porta al reato, al disservizio, all’immbobilità, l’amministratore o il politico non solo rischia di diventa un po’ meno honesto comunque (se alla fine viene condannato per qualcosa), ma diventa anche inutile se non dannoso, e questo senza tirare in ballo tutte le altre magagne.

Dopo alcune idee concettualmente valide, come una certa tendenza alla giustizia sociale, la ricerca del cambiamento e dell’onestà, il recupero della partecipazione popolare, i cinquestelle si sono persi in un dedalo di coerenza disfunzionale mischiata a incoerenza tattica, un turbine di qualunquismo che li porta ogni volta a dire tutto e il contrario di tutto a livello teorico, mentre a livello pratico non viene fatto quasi nulla, dove “quasi” sta per “poco, male e rischiando di finire indagati”.

Non voglio fare di tutta l’erba un fascio, ma è difficile capirci qualcosa: il pentastellato non sai mai bene cosa dirà, se lo smentirà, se stava scherzando, se sa quello di cui parla, se sa se quello che fa è lecito o no, se lo pensa davvero o è un ordine dall’alto, se l’ordine è stato eseguito o se è stato frainteso, se reggerà ancora o verrà espulso, oppure no perché è cambiato il regolamento interno, o è un’eccezione, o era una bufala dei giornali, o era davvero una bufala dei giornali, o il singolo non è espressione del movimento, o ancora se uno vale uno, porto due, ritiro i dadi, gioco una carta coperta e termino il mio turno.

Insomma: il Movimento 5 Stelle non può governare perché s’incastrerebbe da solo. Per governare devi sapere cosa stai governando e avere le idee chiare su quello che vuoi fare, altrimenti fai poco e male, sbagli, t’incasini e non solo non combini nulla, ma rischi anche di finire in galera senza passare dal via. E non puoi neanche usare la tua arma migliore, il dissenso contro lo Stato, perché a quel punto lo Stato sei tu, e la tua arma più potente te la ritrovi puntata all’altezza del pisello.

Secondo me Grillo già lo sa, resta solo da vedere quanto tempo ci vuole prima che ci arrivino anche i suoi fan.

[M.V.]

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Informazioni su Marco Valtriani

Marco Valtriani è l'ignobile ideatore di questo blog di dubbissimo gusto, fa il pubblicitario, l'autore di giochi da tavolo e quello che dà noia. Ha assunto nel tempo diverse identità farlocche al mero fine di trollare il prossimo, non sempre con garbo, spesso con gioia. Per hobby alleva grillini in un casolare di campagna, vendendoli agli alieni e ai poteri forti, e sparge scie chimiche per conto del NWO sugli allevamenti di beagle, come del resto fanno quasi tutti quelli della Ka$t4. Il motto della sua casata è "Hear Me LOL".

3 thoughts on “Perché il Movimento 5 Stelle non può governare.

  1. I 5 stelle rischierebbero seriamente di ottenere il 40%, ecco perché vogliono correre al voto. Le proiezioni del corriere della sera sono affidabili come Lucignolo per Pinocchio. Comunque chi non ha capito che, pentastellati a parte, la politica italiana rappresenta tutto tranne che principi democratici, non ha capito una beata mazza. Basterebbe una sola legislatura per metterli alla prova. Non riesco a capire perché il fatto che siano amati dal popolo “grasso” spaventi così tanto i raffinati intellettuali italiani. La deriva autoritaria è una puttanata pazzesca visto che si sono proclamati e dimostrati paladini di una delle Costituzioni più belle del mondo, nata proprio in una prospettiva antiautoritaria. Il “Radical Chicchismo” probabilmente nasconde ben altro: è il classico atteggiamento della classe borghese che cela l’obiettivo di mantenere uno “status quo” che, dopotutto (malgrado si viva in una dittatura mediatico-mafiosa), la salva dai problemi reali e le permette ancora di sfoggiare una miserrima superiorità socio-economica costruita con maggiore asprezza, ma altrettanta indifferenza, da genitori ugualmente o faticosamente borghesi. E così per i secoli dei secoli… è l’Italia, il paese che ha paura dei cambiamenti, anche di quelli positivi.

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