Challenge Accepted

punkgiorno

“Our vanity, disgraced to face our own humanity, in a world that mocks our tragedy.”
Bad Religion – Vanity

Da qualche giorno la mia timeline di Facebookè diventata tutta un fiorire di foto vecchie: c’è chi mette una foto da bambino, dimostrando che non sono gli anni ad essere stati inclementi, ma la natura; c’è chi mette sospirando la foto di quando aveva venti chili in meno, tanto per farsi male; chi una foto a caso di qualche capodanno fa, giusto per aumentare la quantità di sticazzi nel mondo.  Sembrerebbe la classica, inutile catena di qualcosa su social, che prende il via, rompe il cazzo qualche giorno e poi sparisce nell’oblio della grande rete, l’equivalente telematico del fenomeno che fa passare di persona in persona lo sbadiglio.

In questo caso però c’è un elemento di LOL ulteriore rispetto alla futilità di base di queste puttanate: la quasi totalità dei partecipanti a questa fiera della vanità immotivata ignora come è nata e a cosa sarebbe dovuta servire. Un sacco di gente ha pensato che la “sfida” fosse banalmente quella di vedere se uno è o meno così coraggioso da postare una vecchia foto, una roba che di suo sarebbe già una stronzata notevole, quando in realtà la “challenge” era nata già nel 2016 come campagna social sulla lotta ai tumori.

Ora, sull’inutilità di certe campagne, se non seguite da atti (e donazioni) concrete, ne abbiamo già parlato e straparlato. Ma vedere una campagna che dovrebbe contenere foto atte a sensibilizzare su un problema grave come la prevenzione dei tumori e la ricerca sul cancro diventare addirtittura una gara al selfie più provocante o alla ricerca dell’imagine amarcord più buffa, carina o quel che volete, vederla diventare in qualche modo una sorta di esibizione di vanità non solo non richiesta, ma pure parecchio fuori luogo, è davvero divertentissimo.

È un chiarissimo esempio di come si usino i social senza conoscere, senza informarsi e magari anche senza pensare. Perché ci vuole del genio per trasformare una cosa già abbastanza inutile in una presa per il culo ai danni dei malati di cancro.

Ma non voglio farvi il culo per aver commesso una leggerezza, no, non vi sto dicendo che siete delle merde: l’hashtag lascia amplissimo spazio ai frantendimenti e penso che il 99% di chi ha “accettato la sfida” in questi giorni l’abbia fatto in assoluta buona fede. Vorrei solo farvi riflettere come, in un era in cui “diventare virali” sembra essere un obiettivo irrinunciabile per molti (non importa se fatto sulla pelle dei migranti, o dei malati, o dei bambini) – premere il tasto “condividi” abbia un peso significativo, decretando il successo o l’oblio di iniziative spesso di dubbio gusto quando non di scarsa utilità. Se non, addirittura, dannose. Ed evitabili con una ricerca su google della durata di 3 minuti netti.

Condividiamo messaggi, idee, informazioni. Promuoviamo business e diventiamo, volenti o nolenti, parte di una statistica. Avalliamo e incentiviamo comportamenti, tendenze, modi di pensare. Giudichiamo e veniamo giudicati costantemente, in uno tsunami di stronzate che diventano mode, di bufale che diventano politica, di perculate che diventano drammi.

Sempre con leggerezza, tanto è solo un post.

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Solo un post.

[B.K.]

 

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Informazioni su Benito Karimov

Non ho peli sulla lingua. Ma se ce li ho, sono (pick one randomly): di una tizia\o conosciuta\o ieri, di una deputata grillina, di Alyssa Milano, di un siberian husky, di tua madre*, della tua metà (uomo o donna che sia), di un gattino, miei, di Lorella Cuccarini, della tizia di cui guardavi le foto stamani, tuoi, non so\non ricordo. * se può consolarti ho dovuto drogarla.

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