A gambe all’aria

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Torniamo alle facezie.
Polemiche per la campagna anti manspreading madrilena.

Di cosa si tratta? Pare che ci sia un problema di uomini che siedono nei luoghi pubblici con le gambe troppo divaricate.

E se ora vi state chiedendo “ma cosa cazzo sto leggendo?”, sappiatelo, siete tra amici.

Parte la campagna con una storia che non sto a raccontarvi, in qualche benaltrista città del mondo, e tra gli annoiati di Twitter e i disadattati di Tumblr immagini e proteste si accompagnano a un vago, educato, giustificativo: “è maleducazione occupare troppo spazio quando già ce n’è poco”.

Quando la nave è partita alla volta della società civile, trovando ingenua sponda in qualche amministrazione metropolitana, dal cavallo sono uscite le troiate.

Perché la questione è davvero imporsoldiiii.

Senza star qui ad elencare gli atteggiamenti più o meno sbagliati che si incrociano quotidianamente, risalta a gli occhi che certo non sembra credibile che qualcuno abbia alzato davvero una questione del genere. E infatti.

Ad esempio, a rilanciare il tema è stata la palesemente sobria associazione “donne in lotta e madri stressate”.

Volevo aggiungere qualche battuta ma dubito si possa fare meglio di così, al massimo, per onestà intellettuale, si sarebbe potuto aggiungere dopo “lotta” un “contro il proprio disagio”.

E come ogni associazione di donne forti ci ha insegnato, queste hanno un problema che qualcun’altro deve risolvere.

“La posizione a gambe aperte è una prepotenza corporale, una prevaricazione (no, non divaricazione) della donna, oltre che una molestia sessuale.”. Ci rientrerebbe anche il femminicidio della madre di Bambi, ma femminicidio è considerato errore rosso dal correttore automatico di Word.

Ovviamente il livello medio del pubblico ha portato immediatamente alla deriva di un argomento con le stesse chance di navigazione del Titanic, dal “ma le donne disturbano poggiando le borse” al “non posso chiude’ le gambe perché c’ho più palle de Walter White che dice Say My Name“. Le risposte si sono sprecate, letteralmente.

La questione, se c’è, è di facile soluzione, così come accade per chiunque intralci: “Scusi, posso?”. Con calma fermezza.

Per tutta la manfrina sessualrazzista c’è davvero poco da sviscerare, a meno che non siate un antropologo, un giornalista da poco o il presidente di un’associazione che lucra speculando sulle puttanate a tema sessuale. In quel caso la questione è seria ma risolvibile: smettete di foraggiare questi mentecatti.

Purtroppo il problema del disagio che alimenta l’arricchimento dei produttori di merda è annoso e spesso circolare, vedendo quella merda alimentare a sua volta il disagio alla base.

Se ci rimane un po’ di educazione però possiamo avvicinarci a chiunque mostri espressione di queste forme di disagio e dire loro con calma fermezza: “Scusi, posso?”.

 

[D.C.]

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