Il diritto di chiamarli col loro nome.

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punkgiorno

Don’t call me white, don’t call me white! We’re better off this way, say what you’re gonna say, so go ahead and label me an asshole, cause I can accept responsibility for what I’ve done, but not for who I am.
Nofx – Don’t call me white

Volevo scrivere un pezzo sul pensiero logico, sulle diverse modalità con cui la nostra mente analizza ed elabora le informazioni, sul modo in cui a partire da delle premesse arriviamo a delle conclusioni, giuste o sbagliate che siano. Poi si è ricominciato a discutere della legge sulla cittadinanza, e tutti i miei buoni propositi sono finiti nel cesso, frustrati da una massa enorme di… di… oddio, come li chiamo?
“Razzisti di merda!”, diranno in coro i miei piccoli lettori.

No, o meglio, a volte sì, altre volte anche, ma vi assicuro che nonostante l’atavico odio che nutro nei confronti del razzismo non è questo che mi ha fatto scivolare lo scroto lungo la coscia e giù, sbattendo sui polpacci, fino a strusciare terra coi peli accanto ai piedi. Il problema è stato un altro, ossia che anche stavolta, ma forse più delle altre volte, ho visto orde e orde di gente (su Facebook, ma anche al bar, al mare e per la strada) contestare, protestare e sbraitare su qualcosa che non solo non avevano capito ma, probabilmente, neanche letto.

Scusate se, per fare un esempio, torno sui vaccini e sul decreto della Lorenzin che ne sancisce l’obbligatorietà. Ci sono una serie di discussioni legittime: sul fatto che sia necessario renderli tutti obbligatori, su come è gestito il calendario vaccinale, sulle implicazioni economiche della manovra, e via dicendo. Tralasciando le obiezioni antiscientifiche, complottiste o, a voler esser buoni, fantasiosamente creative, è lecito voler discutere su una legge del genere, sul perché sia nata e sulle sue implicazioni. Invece, sentire “VOGLIONO IMPEDIRE L’ACCESSO ALLA SCUOLA DELL’OBBLIGO E CI MINACCIANO DI TOGLIERCI I FIGLI!!!1!” fa esplodere i testicoli, perché basta leggere il testo della legge per capire che in essa non c’è niente che impedisca l’accesso alla scuola dell’obbligo (Art. 3 comma 3), ma solo alle scuole dell’infanzia, ossia asili nido e scuole materne, (che non sono “scuola dell’obbligo”) e che non c’è niente che faccia pensare che si possa perdere in automatico la patria potestà: l’Articolo 1 comma 5 dice solo che le ASL, qualora un bambino non venga vaccinato come disposto dalla legge, segnaleranno la cosa alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni eventuali adempimenti di competenza, come succede normalmente se si infrange la legge su qualcosa che riguarda la salute dei propri figli. Questa cosa della perdita della patria potestà se non si vaccina, nella legge, non c’è, non c’è proprio, non esiste, non viene neanche vagamente menzionata. Se venisse introdotta sarebbe lecito parlarne, ma così è come discutere d’aria fritta emettendola dal culo.

(il primo che menziona i vaccini nei commenti, qui o su Facebook, verrà platealmente apostrofato con la frase “ma allora è vero che non sai leggere!” per la sua scarsa capacità di comprensione: il post parla della capacità di leggere e interpretare un testo scritto, non parla di vaccini. Certo, capisco che se uno non capisce un testo scritto non capirà neanche questo, ma io ci provo sempre, non si sa mai)

Sulla legge sulla cittadinanza, l’andazzo è lo stesso. A volte si parla di cosa succederà o di chi riguarderà la legge, o di cosa comporterà a livello sociale (che è legittimo), ma più spesso si sente blaterare di invasione negra senza aver neanche letto il testo della legge stessa. Eppure, voglio dire, è semplice. La cittadinanza italiana è oggi basata sullo ius sanguinis, ossia il “diritto di sangue”, che è un metodo di assegnazione della nazionalità non per forza sbagliato, ma quantomeno datato e per molti non al passo coi tempi; si vuole pertanto introdurre un sistema complementare che tenga di conto di quanto una persona si è integrata, legalmente e culturalmente parlando, nella nazione ospitante. Quello che si vuole introdurre in Italia è un più civile ius soli, affiancato dallo ius culturae. Come funzionano? È semplice. Lo ius soli, di base, fa diventare cittadino di una nazione chi nasce sul suolo di quella nazione. Nel nostro caso però lo ius soli che verrebbe introdotto è detto “temperato”, perché non basta comunque essere nato in Italia: serve che uno dei genitori abbia il permesso di soggiorno a tempo indeterminato (o che ne abbia fatto richiesta avendone i requisiti), il che implica che il genitore in questione sia immigrato regolarmente da almeno cinque anni, che abbia un reddito minimo, una casa e che superi un test di conoscenza della lingua italiana. Questo, peraltro, lo rende in automatico più italiano della maggioranza degli spiantati fancazzisti che urlano su facebook senza azzeccare un’acca del verbo avere neanche sotto minaccia di violenza fisica. Lo ius culturae invece prevede che diventi cittadino italiano chiunque abbia frequentato regolarmente e con successo (cioè senza bocciature), per almeno cinque anni e nel territorio nazionale uno o più cicli scolastici. Insomma, devi essere stato promosso a scuola cinque volte. Contando che ci sono italiani che descrivono le scuole medie come “i peggiori sei anni della propria vita” direi che ci possiamo stare.

Quindi se vi state immaginando immigrati clandestini che si candidano a Sindaco, profughi che appena toccato il suolo nazionale diventano italiani come per magia o donne gravide che sparano i figli sulle spiagge di Lampedusa come se avessero un trabucco al posto della fica, lasciatevelo dire: non avete capito un cazzo. O la legge non l’avete neanche letta, o non l’avete capita neanche nei suoi passaggi più elementari, o prendete per buono quello che vi dicono siti che fanno disinformazione becera e sistematica. In ciascuno dei casi, mi spiace dirvelo così, in modo semplice, ma devo farlo sennò temo possiate non capire: siete dei coglioni.

Il problema a questo giro non è solo il razzismo, il razzismo è una cosa orribile, è una bruttissima tara mentale, ma in questo caso è il problema minore. Quello che mi preoccupa di chi pensa queste cose non è il fatto che sia stronzo, mi preoccupa il fatto che sia ignorante ai limiti dell’analfabetismo nel migliore dei casi o, nel peggiore, scemo come la merda.

E qui si torna alla domanda iniziale e a una mia conseguente richiesta: in una società in cui c’è gente che rivendica il diritto di commentare, indignarsi e accusare senza neanche avere la voglia o la capacità di leggere e comprendere quello di cui sta parlando, io chiedo il sacrosanto diritto di chiamare queste persone di volta in volta col loro nome, sia esso “ignorante” o “boccalone”, “imbecille” o “rincoglionito”. Tutte cose ampiamente dimostrabili guardando l’assurdo metodo di approccio alla realtà e lo straziante modo di comunicare le proprie opinioni di certi individui.

In cambio concedo il diritto di darmi dell’arrogante, del supponente e dello sboccato: tutte cose egualmente dimostrabili, ma a mio avviso comunque preferibili all’idiozia perché, come dico sempre, io almeno posso fare delle pause.

[B.K.]

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