Pull a pig, ma perché ne parliamo così?

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punkgiorno

“Choudai choudai choudai choudai wareme, Ichamon joudan ja nai jama kusai. Juudai juudai juudai juudai kichou na Y… Joumae joumae kowasu!” (“Gimme gimme gimme gimme your pussy, I’m not joking, this is troubling me. Serious, serious, serious, serious, a precious Y… Lock, breaking the lock!”)
Maximum the Hormone – My Girl

Pull a pig. Mai sentito? È su tutti i giornali, negli ultimi giorni: a sentire molti quotidiani sarebbe una nuova “moda”. Ora, se sia “nuova” non lo so, personalmente ricordo di cose del genere risalenti a vent’anni fa e più, né so se sia o meno una moda, visto che di fatto nessuno conosce l’effettiva diffusione del fenomeno. I giornali, quasi tutti, lo descrivono come un “gioco” in cui alcuni ragazzi seducono e abbandonano delle ragazze (le più “brutte” di un dato gruppo o contesto) devastandone comprensibilmente (e ulteriormente, in molti casi) l’autostima. Credo non ci sia bisogno di dire che, indipendentemente dall’estensione del problema, sia un comportamento di merda, sgradevolmente odioso a partire dal nome, senza se e senza ma. Eppure, un ma a me è venuto, sebbene non riguardi soltanto questo caso nello specifico.

Il Pull a pig sembrerebbe infatti, sempre a sentire i giornali, un’esclusiva violenza maschile nei confronti delle donne, un po’ come nell’immaginario collettivo la friendzone è un’infamata perpetrata dalle donne nei confronti degli uomini. Come se non fosse possibile che la bella della classe seduca il ranocchietto per prenderlo per il culo, o che un uomo non si balocchi con una donna per poi relegarla nella schiera di quelle che “scusa, ma ti vedo solo come una con cui non scoperei mai”.

Non sto dicendo che non esista una casistica che mostri che un dato fenomeno abbia più vittime di un sesso e più carnefici nell’altro, per carità, ci sono casi in cui starei negando l’evidenza. Però credo anche che questo approccio, soprattutto in alcuni casi, sia drammaticamente controproducente.

Parafrasando Louis CK: ovviamente, ovviamente ci sono fenomeni che colpiscono più un sesso di un altro. Ovviamente i casi di divorzio, anche senza colpa, in cui qualcuno resta in mutande senza appello né possibiilità di salvezza hanno come “vittima” prevalentemente gli uomini. Ovviamente – ovviamente! – le violenze e le molestie sessuali colpiscono in una percentuale assai maggiore le donne rispetto agli uomini. Ovviamente. Però… però, forse, se per un po’ smettessimo di pensarla così, e pensassimo alle persone in quanto persone e giudicassimo una serie di azioni come deprecabili perché nuociono ad altri individui, indipendentemente dal sesso (o da altri fattori, sia chiaro), ci risparmieremmo un sacco di battibecchi inutili e di battaglie che alla fine fanno il gioco di chi, alla parità, non ci si vuole neanche avvicinare.

Non è forse sempre deprecabile che una persona costringa un’altra a contatti o rapporti sessuali non consensuali? Non è forse sempre sbagliata qualsiasi forma di violenza domestica, fisica o psicologica che sia? Non è forse sempre da merde ingannare i sentimenti di qualcuno e mentirgli per sfruttarlo o al mero scopo di divertirsi?

Se io penso che sia sbagliato che una persona scelga deliberatamente di rimanere economicamente non autosufficiente (per esempio non lavorando) per spillare soldi all’ex coniuge, perché tanto prima che un giudice ci metta una pezza si può accumulare un piccolo capitale, penso che lo sia indipendentemente che il gesto sia compiuto da un uomo o da una donna. Se penso che schiaffeggiare o colpire il partner, che magari è troppo buono o innamorato o succube per reagire, sia una roba da merde secche, penso che lo sia in ogni caso, sia se a colpire è un uomo, sia se a colpire è una donna. E via dicendo: la maggioranza dei comportamenti deplorevoli è deprecabile indipendentemente da chi compie il gesto, anzi, dire “è peggio se lo fa un uomo” o “è peggio se lo fa una donna” aumenta soltanto il divario fra due mondi che, in realtà, non dovrebbero essere trattati in modo diverso.

Questo non vuol dire che non debbano essere fatte distinzioni, o che non possano intervenire aggravanti (per esempio la maggior forza di un individuo rispetto alla propria vittima), solo che non dovrebbero essere aggravanti di genere. È chiaro che se un uomo, un pugile, mettiamo, colpisce con un pugno la ragazza, magari mingherlina, è più grave che se la stessa donna tira uno schiaffo al compagno. Ma le stesse aggravanti sarebbero valide anche se una kickboxer professionista tirasse un calcio al compagno cicciottello e poco prestante. Non è questione di “uomo” o “donna”, è ma di “cosa” e “come”. Le persone coinvolte sono persone, non è che l’avere apparati sessuali concavi o convessi, di per sé, sia chissà quale discriminante.

Questo non vuole neanche dire che se, dato un fenomeno, la percentuale di vittime è di un determinato sesso, non si possa fare una comunicazione mirata atta a sensibilizzare chi ne ha più bisogno, ma, a volte, credo che se dicessimo che quel comportamento è sempre sbagliato, indipendentemente dal sesso, sarebbe perfino più semplice. Importunare per strada, mentire, manipolare, ingannare, approfittarsi di qualcuno, abusare psicologicamente, molestare sessualmente, sono sempre comportamenti del cazzo. Se tieni comportamenti simili, non importa il tuo sesso, non importa se sei sessualmente orientato in su, di fianco o in diagonale, non importa se sei bianco, nero, giallo o se ti sbianchi con Dove: sei uno stronzo e basta, non è che ci sia molto da discutere, bisogna solo stare attenti quando passi, che sono difficili da smacchiare, gli schizzi di merda.

Insomma, lungi da me voler negare che una ragazza che cammina da sola in strada ha una probabilità molto più alta di un ragazzo di essere infastidita, ma secondo me la soluzione migliore non è chiedere che non venga molestata perché è una donna: non dev’essere molestata perché è diritto di ogni persona poter camminare per strada senza essere infastidita. Prima che un problema di ordine legale è proprio un problema socio-culturale, è un problema a livello di come ragioniamo. Se provassimo tutti a pensare agli altri come a individui, e non come ad appartenenti a un dato sottoinsieme, secondo me staremmo tutti meglio.

Ogni tanto mi rileggo la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, non dico che sia definitiva, ma è senza dubbio un ottimo inizio, e personalmente cerco sempre di partire da qui: giudicare gli individui per le loro azioni, in quanto persone, cercando di lasciare da parte gli stereotipi e i pregiudizi, che non fanno altro che alimentare qualunquismo e divisioni.

Buon proseguimento a tutti. A tutte. A tutt*.

Oh, vaffanculo, avete capito.

[B.K.]

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6 comments

  1. C’è anche un’altra discriminante applicata spesso: è sbagliato perché la vittima è indifesa – spesso usata quando un reato lo subisce un bambino.
    Che, è forse kosher rapire un uomo tra i 16 e i 30 anni? Io non trovo, è uno schifo comunque. Poi a livello giudiziario puoi applicare delle aggravanti, ma intanto è comunque un’azione sbagliata.

  2. > Però… però, forse, se per un po’ smettessimo di pensarla così, e pensassimo alle persone in quanto persone…

    …crollerebbero le vendite dei pacchetti libroedivuddì di autori come Lorella Zanardo, per cui la Società Patriarcale è quello che per Appeppe Krillo sono i Piddioti K4$ta, o quello che per Travaglio nel 2006 era Abberlusconi.

    Una gallina d’oro da gonfiare oltre misura di steroidi.
    Una causa di cui appropriarsi e su cui appiattire la dialettica al livello della curva da stadio (mi risulta anzi che la Lory abbia litigato con più di un’associazione femminista e/o LGBTQ per questo motivo).

    Il parallelo coi grullini può continuare soffermandosi sul fatto che un certo accattivante discorso sulla donna e sui ruoli a guardare bene rivela le tinte della peggiore destra, ma sto divagando.

  3. Preciso: nel commento sopra chiaramente non menziono i vari gruppi di “male advocacy” perché quelli sono quasi sempre APERTAMENTE beceri e reazionari.

    E non sono ancora riusciti ad appropriarsi del ruolo di Paladini del Bene come gli altri signori citati.
    Per fortuna.

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