Figli e buoi, cazzi tuoi

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Ikea licenzia una mamma separata perché non rispetta gli orari.

Certamente il motivo reale sarà da trovarsi a cavallo delle le parole “rompicoglioni” e “testedimerda”, ma per quel che ci riguarda abbiamo un bel caso di “chi cazzo se ne occupa di questi?”.

Perché al di sopra di un’azienda che ha bisogno di lavoratori affidabili e di una persona che necessita dei diritti fondamentali, umani ancor prima che lavorativi, c’è uno Stato che detta le linee guida a suon di leggi, indicando chiaramente la direzione che vuole che la società prenda, attraverso il comportamento indotto nei propri cittadini. Un po’ come è stato per i caschi e le cinture di sicurezza, per il fumo, per l’assicurazione RC, per la pensione, o per le prostitute. In somma,  quando il paese decide, non c’è che lottare per il cambiamento o adattarsi e pagare una escort dignitosa a cifre esorbitanti.

Qualcuno starà pensando che stia tentando di paragonare un figlio ad una sorta di bene di lusso o attività costosa volta al beneficio individuale, e invece è più o meno così. Che non è che stiamo sul Battlestar Galactica, facendo il conto delle vite umane rimaste, è piuttosto come stare sull’Ascension, in cui le risorse limitate permettono la riproduzione solo ai più idonei per genetica, intelletto e civiltà.
Quindi volere davvero un figlio è un desiderio intimo e profondo come lo è voler davvero diventare un giocatore professionista, un’attività socialmente accettata se non encomiata, che richiede però un’applicazione plausibilmente conflittuale con attività come, ad esempio, il lavoro. Una scelta di cui, comunque, il resto della popolazione ha bisogno come di una nuova emoticon su whatsapp o di un nuovo marocchino al semaforo.

In questa situazione tuttavia un problema c’è, e potrebbe essere il “non intervento” dello Stato. Una sorta di “cazzi vostri” non del tutto dichiarato, spesso reso confuso da interventi come bonus bebè et similia.

Un comportamento certamente (probabilmente) ingiusto o scorretto che i futuri genitori, a modo loro, hanno accettato come si accettano le policy di Google quando si apre un account. “Inutile star lì a preoccuparsi, tanto se voglio farlo è così”. Esatto, accettano il rischio sapendo di non avere tutele di sorta, se non minime o occasionali. Di certo sanno che se facessero due figli uno potrebbe anche nascere non del tutto sano o rimanere offeso, sanno che potrebbero vedere finito il proprio matrimonio, sanno che avranno bisogno di lavorare per mantenere i ragazzi e sanno che, qualsiasi cosa accada, non sarà lo Stato a tirarli fuori dai guai portandoli ad essere una famiglia felice. Ma accettano il rischio, perché lo vogliono davvero.

Poi, quando la sorte (e senza nemmeno una statistica troppo favorevole) chiede loro il conto, il pianto trova eco in tanti altri sfortunati i cui casi fino ad allora si erano ignorati.

Lo Stato è assente.

Questa è l’affermazione che crea un punto di contatto tra me e quelli che vorrebbero maggiori tutele per le famiglie con figli. Il punto di distacco invece è che io non credo che le famiglie dovrebbero ricevere maggiori tutele, la famiglia alla base della società ci ha portati all’odierna società, ha portato a confusioni importanti tra bene e male, tra il concetto positivo di famiglia prima di società e il concetto negativo di nepotismo.
Quindi sì, credo che lo Stato dovrebbe essere più presente, ma non credo che abbia un solo modo per farlo.
Invece di sostenere la famiglia si potrebbe investire in collegi moderni, in grado di crescere quei figli che genitori sconsiderati o sfortunati non possono (o non possono più) permettersi. Istituti genitoriali, inclusivi ed educativi a 360°, compresa quell’affettività che arrogantemente solo i genitori credono di poter offrire.
Il fatto che fino ad oggi questo sia stato il modo, non vuol dire che sia l’unico modo. Né il migliore.

Quindi, mentre è probabile che in quell’Ikea stiano tentando di scrollarsi di dosso una dipendente scomoda, è altrettanto probabile che quella dipendente sia scomoda perché le sue scelte, in questa società, l’hanno portata ad esserlo. Ora, se il paese ha bisogno di figli, non vedo perché questo onere debba ricadere sulla sorte dei singoli individui, se invece il paese non ne ha bisogno non vedo perché tutelare (e quindi incentivare) questo comportamento rischioso, egoista e irresponsabile che finisce per penalizzare gli unici innocenti del caso: ‘sti cazzo di figli che non hanno scelta.

Già, credo che lo Stato dovrebbe disincentivare le nascite o prendersi carico di tutti i figli di famiglie “fuori condizione”. A dire il vero penso che dovrebbe prendere in carico anche quelli di tutte le altre famiglie, per livellare un po’, ma intanto eliminare la fonte di nuovi futuri disperati appare come un buon inizio.

Perché se la risposta è Ikea o figli, forse la domanda era già sbagliata.

[D.C.]

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5 comments

  1. Questo discorso delle risorse limitate è tanto ovvio quanto sterile. Lo facevano già gli antichi Greci, con il mito per cui l’umanità era divenuta troppo numerosa, lo faceva Malthus, che proponeva di far morire i poveri di fame per eliminare la povertà, e lo facevano i nazisti, che ritenevano i tedeschi “i più idonei per genetica, intelletto e civiltà”. A essere inidoneo è sempre qualcun altro; ideologie del genere sono sempre nichiliste e tendono ad affermarsi in periodi di decadenza come quello della repubblica di Weimar o anche il tempo presente, che non promette benissimo. In realtà il problema non è mai stato la scarsità di risorse, bensì l’incapacità della società del momento a sfruttare quelle presenti in modo soddisfacente per tutti.
    La popolazione umana è aumentata di pochissimo per migliaia di anni sino a esplodere in tempi recenti, non perché prima si facessero pochi figli, ma perché su cinque figli solo uno in media viveva abbastanza a lungo da potersi riprodurre. Con l’invenzione di vaccini e antibiotici e il miglioramento delle condizioni igieniche, oggi, quando fai un figlio, conti che ti sopravviva, per cui buona parte di questo rapido incremento della popolazione mondiale è dato dal momentaneo squilibrio tra l’abitudine a fare un fottio di figli contando che muoiano come mosche e il fatto che non muoiono come mosche. La natalità è in calo dovunque e nei paesi avanzati, il numero di figli per coppia è ben al di sotto della soglia del rimpiazzo, il che provoca un invecchiamento dell’aspettativa di vita. Una società in cui un giovane in età da lavoro deve essere costretto a mantenere venti vecchi è anch’essa insostenibile, anche perché se ciò non avviene in modo uniforme, il giovane emigra e i vecchi devono lavorare fino a novant’anni.
    Quindi, se fare un figlio è una scelta personale, il fatto che una persona in media faccia numero non troppo elevato ma non troppo basso di figli è un’esigenza collettiva: del resto un lavoratore non paga la pensione solo ai proprî genitori, ma anche a gente che non conosce.
    Detto questo, un’azienda ha il dovere di contribuire a farsi carico di questa situazione pagando le tasse con cui costruire asili e dare sostegno alla natalità, ma non fare di se stessa welfare.
    L’idea di non fare figli per abbattere il nepotismo è un po’ come quella di decapitare una persona per sconfiggere la forfora. Esistono invece paesi come la Svezia in cui esiste un programma serio non di sostegno alle famiglie, ma all’infanzia: se il bambino nasce da una madre singola, da una coppia di lesbiche o da una famiglia timorata di Dio è inessenziale. In ogni caso è il futuro della nazione e la garanzia per gli adulti di poter avere una pensione decente a partire da un’età ragionevole. È anche la garanzia per avere un livello decoroso di occupazione femminile, di modo che le donne di valore non vedano sprecato il loro talento e quelle un po’ meno di valore non depredino i mariti in caso di divorzio. Anzi, se la collettività si fa carico di fornire sostegno e istruzione ai nuovi nati, i genitori non faranno carte false per favorire i proprî figli a scapito degli altri e il problema del nepotismo si risolverà.

  2. Un po’ un pastone: parliamo di politiche sociali, di occupazione, di madri single ma forse svogliate sul lavoro e di fantascienza sociale (che qui sembra più una distopia).

    Ma poi, se tutti i figli fossero ‘requisiti’ dallo Stato per educazione livellata, intendendo paritaria e solida (che è la parte che mi piace), ma che senso avrebbe per le coppie fare figli?
    Cioè, le coppie, che già non fanno figli nemmeno quando li vorrebbero, dovrebbero mettere al mondo delle criature senza poi poterle nemmeno godere? Senza poterle educare e senza poterci passare del tempo assieme?

    Senza contare che non mi sembra ci sia un parere unanime dei pedagoghi sul fatto che gli affetti familiari possano essere sostituiti così, con personale statale.

    Mi spiace, ma se anche il principio è condivisibile, credo bisognerebbe trovare altre soluzioni alle disparità e alla disorganizzazione delle politiche sociali.
    Che ne so, magari un sistema di tassazione progressivo ferocemente aggressivo sui redditi alti (dopo aver seviziato qualsiasi evasore nel raggio di 3 continenti)?
    Un migliore sistema educativo che decapiti le scuole private e dirotti i fondi risparmiati su quelle pubbliche?
    Politiche ‘francesi’ sul sostegno alle famiglie o non-famiglie con figli?
    Non so, ci sarebbero tante cose da fare.

  3. Prendendo il senso generale del discorso ed applicandolo ad altre fattispecie, perché io lavoratore dovrei farmi carico dell’istruzione, della sanità e della disoccupazione di chi non lavora? Io lavoro per pagare la pensione ai vecchi e gli studi ai giovani, nonché le cure mediche ai ciccioni e ai fumatori. E’ ingiusto. Profondamente ingiusto.

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