Che la rivolta abbi inizio!!

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“Persona o soggetto che abitualmente corregge e critica l’utilizzo della lingua degli altri e non sopporta coloro i quali la storpiano, specialmente nei dialoghi formali e su internet”.
Questa è la definizione che Wikizionario dà del termine Grammar Nazi.

Chi per lavoro, per cultura o semplicemente per dignità ha o ha avuto a che fare con il meraviglioso mondo delle parole (e dei pensieri), non di rado fa un vanto dell’essere un rappresentante fiero e sovente scoglionatissimo delle fila di questo esercito.

Ma di questi tempi, è dura pure per noialtri che vorremmo semplicemente vivere in un mondo fatto di congiuntivi perfetti e consecutio temporum, di condizionali senza il “se” davanti e verbi avere con l’acca. Durissima, perché anche saper parlare (o scrivere) in modo decente è diventato pressoché sinonimo di essere uno snob del cazzo. Di essere uno “lontano dalle istanze della ggente”, per usare una formula di grande successo contemporaneo.

Come spesso, o meglio, come succede praticamente sempre, sono ancora una volta i social il terreno di una battaglia che sta raggiungendo livelli epici, antropologici; c’è da credere che fra non troppi anni, tutta questa roba qui sarà materia di studio per i ricercatori. Anche se dire una roba del genere è una professione d’ottimismo che non ci si addice poi così tanto.

Ma non ci prendiamo per il culo. Dalle cosiddette “mamme pancine” ai commentatori seriali di qualsiasi branca dello scibile umano, è difficilissimo trovare una persona, una sola, che dica qualcosa di sensato pur commettendo grossolani errori grammaticali. E che non si venga a darci dei razzisti del cazzo, perché questa è solo la tristissima, inequivocabile realtà dei fatti.

E la triste, inequivocabile realtà dei fatti è che questa gente, questa ggente, è tanta. Ma parecchia, ragazzi, parecchia davvero. Fatevi un giro anche tra i vostri contatti e non potrete che darci ragione, nonostante la doverosa pulizia simil-etnica che da buoni Grammar Nazi avrete portato a termine.

Non vogliamo dire che tutti quelli che scrivono in modo sgrammaticato siano dei dementi patentati. Ma sicuramente, tutti i dementi patentati scrivono in modo sgrammaticato.

C’è stato un tempo in cui queste persone assorbivano un qualsiasi messaggio arrivasse loro dall’alto in modo del tutto passivo; ricordate i bei tempi in cui i comunisti mangiavano i bambini, come dicevano i preti dal pulpito, ed era perciò doveroso votare Democrazia Cristiana anche perché Dio ti vedeva dentro al seggio elettorale e Stalin no? E come dimenticare chi ha governato a lungo, molto a lungo, troppo a lungo, possedendo praticamente per intero i canali tv e quindi la totalità degli approvvigionamenti intellettivi per la quasi totalità della ggente?

Ora invece c’è internet. Ora ci sono i social. Ora uno vale uno, capite: la rivoluzione della comunicazione è avvenuta, e noialtri dove cazzo pensavamo di andare. Dove cazzo eravamo noialtri quando tutto ciò è successo. Facile: ci eravamo dentro fino al collo, a farci le seghe sui dieci like che amici e parenti ci elargivano perché noialtri si scriveva bene, capito.

Ora c’è internet e la comunicazione è diventata sempre più planetaria ed orizzontale, circolare, come un cane che fa la girandola su se stesso per cercare di mordersi la coda. E ora che c’è internet, la logica del “contenuto”, ammesso che sia mai esistita, indovinate un po’ dov’è andata a finire. Esatto: a fanculo.

Così, mentre noialtri Grammar Nazi perdiamo il nostro tempo e prendere per il culo la gente che non si sa esprimere in modo corretto, c’è chi ha capito bene, molto bene, cosa in realtà comporti questa rivoluzione. Una rivoluzione che si fonda sul fatto che non solo non ci si deve vergognare se non si sa un cazzo riguardo a nulla, ma che, anzi, tutto ciò diventi motivo d’orgoglio. Perché se studi, se leggi, se rifletti, allora sei parte del Sistema. Se sai usare il congiuntivo sei “una signorina che ha fatto il classico”, capite, e per questo sei da evitare come la peste. Sei un professore da cinquanta anni? Cazzo cene. Le tue sono “opinioni”; e poi, cazzo, l’ha detto anche Travaglio, no?

Le fila di questi deficienti si rimpolpano di giorno in giorno. E questo significa solo una cosa. VOTI. Stavo pensando proprio a questo, un paio di giorni fa (lo so, ho una vita avventurosa) quando mi sono imbattuto in un articolo che mi ha lasciato di stucco. Si tratta di un’intervista rilasciata a La Stampa dal presidente dell’Accademia della Crusca, Claudio Marazzini. L’avrete letta anche voi.

Per farla breve, Marazzini ha detto che, in fin dei conti, gli “strafalcioni lessicali, se escono dalla bocca di un candidato premier come Di Maio, diventano un manifesto. Vedete?, dice Di Maio: io maltratto la lingua italiana esattamente come voi, non sono uno della Casta”.

Porcaccia miseria, ho pensato. Allora ho ragione. E poi Marazzini è uno dei nostri, un Grammar Nazi, forse uno dei Generali del nostro esercito: se lo dice lui… “Non dico che siano errori fatti apposta, ma una cosa così anche se lascia l’uso corretto dell’italiano agonizzante sotto la cornice azzurra di Facebook, alla fine porta voti. Di Maio insegna: dietro una comunicazione semplificata si avverte il profumo dell’antipolitica. L’uso impreciso dell’italiano è una carta forte da giocare, come ben spiegava Umberto Eco nella sua fenomenologia di Mike Bongiorno, che incarnava fortemente un senso di mediocrità diffusa”.

Maremma impestata, dico io. Vado subito a vedere di trovare qualche approfondimento sul saggio di Eco, che per noi Grammar Nazi equivale a DIO. Ed ecco che, grazie a Wiki, scopro che “Mike Bongiorno convince dunque il pubblico, con un esempio vivente e trionfante, del valore della mediocrità. Non provoca complessi di inferiorità pur offrendosi come idolo, e il pubblico lo ripaga, grato, amandolo. Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello. Nessuna religione è mai stata così indulgente coi suoi fedeli. In lui si annulla la tensione tra essere e dover essere. Egli dice ai suoi adoratori: voi siete Dio, restate immoti”.

I suoi adoratori. I suoi fan. I suoi elettori. Avremmo potuto ritrovarci tranquillamente un Mike Bongiorno presidente del consiglio, e invece ci ritroviamo un Di Maio qualsiasi ad ambire al seggiolone di Palazzo Chigi. Un Di Maio che incarna alla perfezione il mito di chi ce l’ha fatta senza fare un cazzo in vita sua, che sbaglia a parlare, che sbaglia date storiche, che sbaglia paesi geografici, che svariona, sbaglia e svariona ancora, da mane a sera, e tutto ciò per cui lo prendiamo per il culo non ci siamo resi conto che invece, in effetti, è il manifesto programmatico più vincente che esista, più del nazismo, più del leghismo, più di ogni –ismo della storia. Non si tratta più di ideali, morti e sepolti da una vita; non si tratta più di vendere sogni, o solide realtà; non si tratta più di riconoscersi in qualcuno, un po’ come capita con Trump, misogino razzista del cazzo come la maggioranza degli americani, o un po’ come il Berlusca, puttaniere barzellettiere corrotto e corruttore come la maggioranza deli italiani. Qui non si tratta più di identificarsi: qui si tratta di essere. Di essere davvero la stessa cosa.

Almeno in superficie. Perché, pensateci: e se davvero, tutte ‘ste straminchiate lessicali fossero solo l’ennesima esca lanciata alla ggente, come una qualsiasi discettazione a cazzo di cane sui vaccini, sull’olio di palma, sul veganesimo, sulle scie chimiche, sul signoraggio bancario, sulla moneta da stampare eccetera eccetera eccetera? Se insomma tutto ciò non fosse che un progetto studiato a tavolino da forze oscure che, sfruttando l’esasperazione del “popolano medio” (cioè, sempre la ggente), punta ad impadronirsi del potere per scopi loschi, affaristici, indegni?

Cioè: e se l’ondata populista che fa del complottismo il suo cavallo di battaglia più vincente in assoluto fosse essa stessa uno dei più grossi complotti mai esistiti? Ci pensate? Boia, gente. Ci aspettano tempi sempre più cupi, ma ci sarebbe davvero da sganasciarsi dalle risate.

[Gianni Somigli]

 

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