È “Memoria”, non “Marmotta”.

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Dice: ma è una cosa buona, cosa c’hai da rompere i coglioni? D’accordo. Siamo tutti d’accordo che sia una roba migliore, che so, di andare a rubare le borse alle vecchiette con la pensione appena ritirata. E però io, e non credo di essere il solo, quando sento parlare di “Giornata della Memoria”… Non so voi, ma a me vengono i brividi. I brividi di terrore. Quei brividi che solo una delle peggiori invenzioni dell’uomo può provocare: l’ipocrisia, o peggio: la superficialità che sfocia nell’ipocrisia.

Roba da brividi. La cosiddetta “Giornata della Memoria” è un po’ come quel lunedì dopo le feste in cui si comincia la dieta, non so se mi spiego. Ti svegli, decidi che è il giorno giusto per sentirsi migliori; magari non mangi un cazzo davvero fino alle diciotto, un quarto alle diciannove, e poi ti sfondi di salcicce o di melanzane fritte.

Ecco qual è il problema, ecco qual è la roba che ti fa accapponare la pelle: ridurre il tutto, sempre o quasi, alla funzione di palliativo per il nostro ego distrofico. E così mettiamo sulla nostra bacheca di Facebook un’immagine trovata su Google, l’immagine di un campo di sterminio, di solito; in bianco e nero, con quei corpi scheletrici. L’orrore trova spazio fra i gattini e gli screenshot di un qualche gruppo di dementi, nell’inutile tentativo di nobilitare noi stessi al pari dei vari “pray for…” dopo la strage di turno in una qualche città, ma una città che ci stia simpatica, oh, mica una di quelle città di merda dal nome impronunciabile sperduta in quei posti tipo boh, Afghanistan, Iraq, Siria, quelli che ci starebbe meglio un parcheggio lì, capito.

Non vogliamo cadere nell’ipocrisia opposta del “o è Natale tutti i giorni o non è Natale mai”, del “la donna va festeggiata tutti i giorni e non solo” bla bla. Ma vogliamo parlare di quel “Per non dimenticare” che campeggia dappertutto, ovunque, come un mantra o come un obolo annuale da pagare? Ecco: quel “Per non dimenticare” a me fa girare i coglioni, davvero dico: è una di quelle cose che mi fa uscire di testa.

Non dimenticare. Che sarebbe come dire: ricordare. Lo sapete da dove viene il termine “ricordare”? Proviene dal latino recordari, una derivazione di cor-cordis, e cioè: cuore. In effetti, gli antichi pensavano che proprio il nostro muscolo cardiaco fosse la sede della memoria.

Ecco. Ci sono almeno due motivi principali per cui la “Giornata della Memoria” mi fa proprio la bua al cuoricino, nonostante sia cosa buona e giusta e via dicendo, nonostante il fatto che, probabilmente, non ci fosse tale giornata non si ricorderebbe proprio un cazzo direttamente.

Primo. Qualcuno, un giorno, mi dovrebbe spiegare cosa cazzo significhi “ricordare”. Perché è vero, innegabile, assoluto, pacifico che la shoah sia stata una delle peggiori catastrofi della storia recente. Ma “non dimenticare” una tale tragedia… Che significa? Cosa comporta?

Secondo me, la conseguenza è lampante, logica: vigilare, ricordare, cambiare rotta, affinché una così immane tragedia non avvenga più e via dicendo.

O no? O sbaglio?

Ecco. E allora io mi chiedo: perché se siamo tutti qui a non dimenticare, dopo quella faccenda lì ne sono capitate e ne capitano tuttora altre simili? Non di tali dimensioni, forse, ma così simili? Perché basta dare un’occhiata alla storia dell’uomo per notare che, in fondo, la storia dell’uomo è piu o meno una storia di genocidi. Perciò, forse, quello che si dovrebbe ricordare di non dimenticare è che siamo “solo” esseri umani, ed evitare magari di sopravvalutarci eccessivamente.

Seconda cosa che mi fa incazzare a dismisura, e che è legata a doppio filo con la prima, e forse con altre mille.

Viviamo in tempi in cui i fascisti non si vergognano neanche più di dire che sono fascisti. Neanche si nascondono più dietro un dito. Viviamo tempi in cui si può impunemente andare in tv o per la strada e sostenere che LVI ha fatto anche cose buone, “innegabilmente!11!!!”. Manco fa più notizia. Ormai, fa notizia che il Presidente della Repubblica sia costretto a sottolineare che no, il DVCE non ha fatto anche cose buone.

Ecco cosa mi fa incazzare più di tutto. Che mentre stiamo a farci le seghine sul non dimenticare, mentre assistiamo inebetiti alla reale reiterazione dei meccanismi brutali che hanno portato (tra l’altro) allo sterminio degli ebrei. Che sono poi gli stessi che hanno portato alla persecuzione del popolo ebraico dalla notte dei tempi e che è poi lo stesso meccanismo che porta alla persecuzione di una qualsiasi “minoranza” di comodo. Lo spiega in modo al solito perfetto il professore Zeffiro Ciuffoletti, autore de “La Retorica del Complotto” (Il Saggiatore, 1993) in un’intervista rilasciata ad Affari Italiani.

Se volessimo ricordare, dovremmo studiare. Analizzare. E sforzarci di capire cos’è successo, ma soprattutto come e perché sia successo. Meccanismi che parlano di “bene” e “male”, di “bene” contro il “male”; di definizione identitaria e di concetto del “noi”, e di un loro che serve da contrapposizione. Da nemico. Un nemico che è la causa di tutti i nostri mali. E che per questo va in qualche modo spazzato via, che sia teorizzando una delirante “soluzione finale” in un libretto intitolato Mein Kampf, o che sia una “ruspa!11!!”. Che sia il popolo ebraico, che sia il migrante moderno. Che sia il gay, che sia l’intellettuale, che sia il rom. Anche il Mein Kampf era pieno di stronzate inventate di sana pianta, a cui la gente si aggrappava per sfogare il proprio astio, il proprio odio; quelle che oggi chiameremmo “fake news”, insomma, non sono certo un’invenzione dei giorni nostri. Così come non cambiano mai le leve, le esche a cui il popolo, la ggente, ancora ‘sto cazzo di ggente, questo popolo, il popolo “affamato”, il popolo “arrabbiato”, il popolo “esausto” e così via. La leva, l’unica leva che funzioni davvero: l’odio. È quindi la leva dell’odio che ci rende umani, più dell’amore, più della solidarietà? È la capacità di odiare a renderci unici nel mondo animale?

Gli anticorpi della memoria dovrebbero essere il vaccino ad ogni populismo, prima di tutto, perché è in esso che sta il germe del totalitarismo. Ed il totalitarismo è quasi sempre un movimento di popolo. O di una parte di popolo, che pensa di prendere il potere mentre invece lo cede. Rendiamoci conto di quanto siamo buffi, a tratti ironici, noialtri esseri umani.

“Per non dimenticare”, invece di mettere una fotina del cazzo sul vostro Facebook del cazzo, forse dovreste fare un salto a Marzabotto. Forse, dovreste farvi un giro sulla montagna sopra il mare e raggiungere Sant’Anna di Stazzema. Lassù, la memoria non è qualcosa di teorico. Quando visiti la piccola chiesa davanti alla quale furono trucidati centinaia di donne e bambini, e quando vedi le loro foto appese all’interno della chiesa stessa, foto di neonati in bianco e nero morti mitragliati dai nazisti e dai fascisti, non c’è un cazzo di teorico. La memoria è qualcosa di fisico, lì, in quel posto che uno potrebbe scambiare per il Paradiso data la bellezza dei monti, i boschi meravigliosi, ed il Tirreno laggiù in fondo. Oppure dovreste andare a visitare uno dei campi di sterminio, come Dachau. Io ci sono stato in gita quando facevo il liceo.

Quando ci penso, ancora oggi a distanza di anni, quando RICORDO, la sensazione che provo è fisica. Un opprimente grigio ovunque, dappertutto: ho pensato che l’inferno, se esiste, non è fatto come ce lo immaginiamo con le fiamme e i diavoli e la pece bollente. No, l’inferno è quello. Il cielo plumbeo e la terra plumbea e le reti grigie e quel silenzio, tutto quel silenzio che ti estrania e ti opprime fra lo sterno e lo stomaco e tu ti senti piccolo, infinitesimo. Inutile, forse.

Ricordare. Tirare fuori dal cuore. L’unico modo che abbiamo per per farlo, io credo, è non lasciare che continuino a riempircelo di merda ogni giorno, il cuore. E capire. Studiare. Capire. Ed agire.

[Gianni Somigli]

 

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3 comments

  1. Francamente, andare a visitare un campo di sterminio o un posto come Sant’Anna di Stazzema (dove avvenne una comune azione di rappresaglia, anche meno brutale di quelle compiute dalle truppe italiane in Libia ed Etiopia) guardare le foto dei bambini trucidati dai nazi o scaricare le stesse foto da Google mi pare egualmente inutile e retorico.
    Anche ai tedeschi stessi che vedevano Hitler come un grande statista che aveva restituito alla Germania prestigio internazionale e aveva riportato ordine e prosperità, sarebbero stati inorriditi nel vedere le immagini dei lager. Infatti non le videro, eccetto una ristretta minoranza, anzi neanche gli alleati si immaginavano l’entità della catastrofe.
    Sarebbe più istruttivo, invece, mostrare quali azioni furono messe in atto perché fosse possibile massacrare tra i 12 e i 17 milioni di persone, tra ebrei, polacchi non ebrei, prigionieri di guerra sovietici e rom.
    Pensa per esempio a cosa succede se arriva la polizia e sgombra un campo rom per trasferirne altrove gli abitanti, caricandoli su dei treni: li abitanti delle zone circostanti saranno contenti e si sentiranno più sicuri, quasi nessun non rom si porrà il problema di dove sono o cercherà di chiamarli al telefono, anche perché si tratta di una comunità molto segregata, e se trapelano notizie di massacri, esse saranno diluite da complotti sulle scie chimiche, sui vaccini, sui rettiliani. Alla peggio si possono fare leggi contro le “fake news” o applicare quelle esistenti e dire che sono diffuse da Putin per destabilizzare l’Europa o altre cazzate. Con i rom si potrebbe fare subito; per i musulmani, in 5-7 anni fai in tempo a fare sì che il bambino si dimentichi dell’ex compagno di scuola marocchino con cui aveva fatto amicizia, che uno abbia perso i contatti con il vicino tunisino che è stato mandato in un ghetto apposito, etc.

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