Questa non è comicità.

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Ultimamente ci sono state, sulla nostra pagina Facebook, diverse discussioni interessanti. In alcuni casi, queste riguardavano delle battute: quella, uscita male, di Gene Gnocchi sul maiale “Claretta Petacci” e quella, uscita peggio, di Mattia Labadessa sulla creazione di un’app per fare sesso all’insaputa dell’altro sesso, che non è proprio il primo tema che mi verrebbe in mente per fare una battuta sulle battute sulle app versione premium. Mi sono interrogato a lungo sul perché ci sia stata tutta questa caciara su quelle specifiche battute, in particolar modo su quella di Labadessa; anche considerando l’attuale tendenza a schierarsi verso posizioni estreme anziché moderate mi è sembrato che la discussione fosse davvero molto, molto accesa.

Eppure ho sentito battute decisamente più cattive sullo stesso tema. Avete mai visto il monologo di Giorgio Montanini su leggi e convenzioni? C’è un passaggio in cui il comico ammette che avrebbe volentieri approfittato di una ragazza con problemi cognitivi, ma che non l’ha fatto perché le leggi glielo impediscono. Come mai il monologo non è stato segnalato o censurato? Come mai il comico non è stato additato come un mostro, se non da una sparuta (e ignorata) minoranza?

Cos’è che, al di là di elementi casuali e elementi imprevedibili, ha fatto sì che alcune battute siano state additate come “sbagliate” ed eticamente deprecabili, mentre in altri casi c’è stata molta più tolleranza? Non credo proprio che Labadessa volesse shockare il proprio pubblico più di Montanini. Anzi, probabilmente il monologhista marchigiano spinge molto di più il suo pubblico ai limiti della comfort zone rispetto alle vignette di Labadessa. E quindi cos’è successo? Secondo la mia modesta opinione è tutto un discorso di comunicazione, inteso proprio come “il processo di trasmissione di un’informazione da una persona a un’altra e le sue modalità”.

La comunicazione – qualsiasi comunicazione – ha una serie di elementi che la caratterizzano. Il primo, che vince il premio “e grazie al cazzo”, è l’ emittente: la persona che emette il messaggio. Tipo, adesso, l’emittente sono io. L’emittente ha un peso nella comunicazione: se Emo Philips fa una battuta sulla pedofilia, è una battuta, se la fa un prete probabilmente è un’autobiografia.

Poi ci siete voi che leggete e quindi ricevete il messaggio emanato dall’emittente: siete il ricevente. Anche il ricevente è un elemento fondamentale: io, qui, mi aspetto che mi legga un certo tipo di persona, tanto che quando qualcuno “fuori target” approda su queste pagine la conseguenza di solito è una mail di insulti o auguri di morte e altre amenità. Rimanendo nell’esempio di prima, uno spettacolo Emo Philips va benissimo per passare una serata fra amici amanti del black humor un po’ creepy, ma non lo consiglierei come spettacolo da far vedere in un asilo. Comunque, meglio lui del prete.

Ma voi che leggete, cosa state leggendo? Chiaramente state leggendo un messaggio, cioè il contenuto, il corpo della comunicazione. Lo so, è un messaggio del cazzo, ma oh, mica vi ho costretti a venire qui. Giuro che provo a farla breve. Comunque, il messaggio è ciò che l’emittente vuole che arrivi al ricevente, di solito nel modo più vicino possibile a come l’ha pensato. È quella cosa che i famosi “analfabeti funzionali” tendono a non recepire correttamente.

La comunicazione ha anche uno scopo e un argomento, chiamato referente. In questo caso l’argomento è la comunicazione stessa, o meglio, l’argomento è “la comunicazione con finalità umoristiche o satiriche”, e lo scopo dello stesso è quello di informarvi riguardo alla mia opinione sull’argomento, opzionalmente strappandovi un sorriso e invitandovi a una riflessione sull’argomento. Detta così sembra una palla assurda, vero? Non temete, lo è.

Sto scrivendo in italiano (per quanto stentato), con l’alfabeto latino. Questi sono elementi che compongono il codice, ossia l’insieme delle regole utilizzate per comunicare. In realtà è “codice” anche, per esempio, il fatto che io metta in grassetto le parole importanti, ma la cosa fondamentale è che sto scrivendo in una lingua che tu che leggi sei in grado di capire (a meno che tu non sia un leghista, in questo caso non ci metterei la mano sul fuoco). Se scrivessi in alfabeto morse probabilmente mi capirebbero meno persone e con più fatica da parte di entrambi. Se scrivessi con lettere tengwar – il sistema di rune del Signore degli Anelli – sicuramente scriverei vaccate, perché non lo parlo, e verrei immediatamente ripreso e vilipeso dai tre uber-appassionati che lo conoscono in Italia. Se scrivessi in inglese verrei potenzialmente letto da molte più persone, ma commenterebbero tutte “who the fuck is this Matia Labbadesa?“.

Infine, c’è il canale, cioè lo strumento tramite cui la comunicazione viene diffusa: in questo caso è la scrittura. Scrittura con cui potete torturarvi perché avete una connessione e io ho un blog. Il blog è un canale abbastanza informale, ma comunque più formale di “su un fazzoletto usato”, e meno informale, per esempio, di un post su un profilo privato su Facebook. Che è ancora diverso, converrete, rispetto a provare dire la stessa la stessa cosa sbattendo il cazzo sulla guancia di qualcuno, per esempio. O a voce, ma in un’aula universitaria, nelle vesti di docente. Mentre l’aula va a fuoco. E l’incendio l’ho appiccato io.

Oltre a questi sei elementi, però, ce ne sono altri tre che contribuiscono non poco a definire come e quanto il mio messaggio verrà recepito nel modo da me concepito da chi mi legge. Il primo è il registro linguistico. Nessuno di voi, spero, ha pensato davvero che mi metterei a fare ‘sto pippone in un’aula che ho appena trasformato in un inferno rovente, no? Però qualcuno avrà trovato paradossale (e forse divertente) l’immagine. Qualcuno invece magari ha pensato “ma come ti permetti di fare una battuta su una scuola in fiamme, che magari ci sono persone che muoiono?”: ecco, se così fosse, vuol dire che qualcosa nella comunicazione è andato storto. Ma non sono per forza io, magari è il lettore che non ha capito come funziona il canale o, altrettanto probabilmente, il registro ironico (oppure non è quello che lui chiamerebbe ironia, se è un fan di Ghisberto).

Il secondo è il rumore di fondo. Che è qualsiasi cosa disturbi la comunicazione: è un martello pneumatico che fa un casino della madonna mentre leggete un libro impedendovi di concentrarvi (e invitandovi calorosamente a cantaricchiare il verso successivo a “l’uscio è aperto”), ma anche l’incazzatura che vi ha fatto venire il vostro capoufficio che fa sì che l’articolo che state leggendo, e con cui non siete d’accordo, faccia passare la vostra opinione da che brutta cosa ho letto a mannaggiacristo chi l’ha scritto deve mori’.

Il terzo è il contesto: la situazione generale e le circostanze particolari in cui la comunicazione s’inserisce. Il contesto può essere definito da elementi culturali, psicologici, storici e via dicendo. La battuta di Giobbe Covatta per cui un nazista che perde la testa equivale a una circoncisione oggi non è un problema, ma se l’avesse fatta nella Germania del 1940 avrebbe sicuramente passato qualche guaio in più. Se io dico “sapete perché Heisenberg è un terribile amante? Quando trova la posizione non sa come muoversi, quando invece ha la giusta energia non ha il tempo” e chi mi legge non conosce il principio di indeterminazione, sicuramente non capirà la battuta. Anzi, già che ci siamo, qualcuno me la spieghi.

E qui torniamo alla battuta che citavo di Montanini: funziona, in relazione al proprio target (giacché, e spero non ci sia bisogno di dirlo, non tutti sono il ricevente ideale di ogni comunicazione, anche della comicità, perché ognuno ride di cose diverse), perché espressa con un registro umoristico, con una certa mimica facciale e un tono di voce studiato, in uno spettacolo di stand up comedy. Funziona in quanto parte di un ragionamento più ampio in cui, ripetutamente nel corso del monologo, il comico si dice da solo di essere una bestia (condannando il comportamento). Se quella battuta la togliete da lì e la scrivete senza spiegazione in un post su Facebook diventa un cazzo di calcio nelle palle senza senso. Questo perché avete cambiato emittente, ricevente, canale, contesto e registro (mancano l’espressività e la vitalità recitativa di Montanini).

Nel caso della battuta di Mattia Labadessa, il primo a commettere un errore (anzi, una serie di errori) è stato proprio lui: il canale era il suo profilo privato e non quello che usa di solito per fare umorismo, ossia le sue strisce e la pagina che le contiene, e la battuta mancava completamente di contesto. Se a questo aggiungiamo che l’argomento della battuta toccava temi delicati e che (per scelta o per errore) l’emittente non ha preso le difese della vittima, ecco che avviene il disastro: quella che voleva essere una battuta è diventata una scenetta creepy, per molti disturbante, per pochissimi divertente. Questo non vuol dire che Labadessa non abbia il diritto di fare una battuta così (e che senza ricorrere a censure o insulti chiunque abbia il diritto di criticarla, lo sto facendo anche io), ma mi sento di affermare con ragionevole convinzione che tecnicamente sia stato un ottimo esempio di come non comunicare qualcosa. Non serve a niente “spiegarla”, è come il sessismo che molti hanno visto nella battuta sul maiale di Gnocchi: se Gnocchi non avesse usato “maiala” (ma avesse continuato a chiamare il maiale “maiale”, al maschile, in quanto animale) avrebbe di molto ridotto l’impatto della sua battuta in tal senso. Che fosse intenzionale o meno lo sa solo lui, ma se un’ampia fetta di pubblico il sessismo ce l’ha visto vuol dire che se davvero non voleva infilarcelo, beh, qualcosa è andato storto.

Però, se l’emittente ha le sue responsabilità – che in questo caso possono essere molte – di norma anche il ricevente può evitare rodimenti di culo notevoli sforzandosi quantomeno di capire più elementi possibili prima di giudicare. Ricordate quante discussioni assurde sulle battute sui marò, quando la maggior parte dell’umorismo sui due militari era in realtà una satira su chi cavalcava la vicenda per fini politici o chi li sosteneva a spada tratta per patriottismo? Molti dicevano “sta male fare battute su due ragazzi, colpevoli o meno, prigionieri in terra straniera”, spesso senza capire che le battute – fatte bene o male, ce n’erano di tutti i tipi e per tutti i gusti – spesso non motteggiavano i marò, ma tutti quelli che ci facevano, coi due marò, due palle così (da cui deriva il celebre calembour: “che due marò, ‘sti due marò”).

Cosa rimane alla fine di questa ignobile sbrodolata? Nulla, se non un invito a pensare e a cercare di capire tutte le sfaccettature di una comunicazione e di fare un respirone prima di commentare: chiedetevi non solo cosa state leggendo o sentendo, ma anche dove, chi è che scrive o parla, a chi vuole comunicare e perché. Altrimenti, davvero, rischiate d’indignarvi a cazzo ogni volta che aprite un libro, un social o una pagina internet, quando invece dovreste incazzarvi se i giovani di un partito bruciano in piazza un simulacro di un avversario politico dicendo che “è satira”, perché loro non sono comici, perché la Giübiana non è il palco di uno spettacolo satirico, perché il registro non è umoristico, e soprattutto perché per fare una battuta dando fuoco a un fantoccio con le sembianze di qualcuno bisogna essere grandi comedian. Altrimenti la comunicazione funziona solo coi fascisti di merda, e comunicare bestialità banali ai propri pari è davvero troppo facile.

[Marco Valtriani]

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