Gelo.

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Qualche giorno fa ho seccato uno. Nel senso che c’era questo tizio che stava sostenendo alcune idee a cazzo di cane, e anche con una certa verve. Si era lasciato andare. Diceva, questo tizio: “Cazzo, hai visto? Quei nigeriani di merda… Hanno ammazzato PAMELA, e ora li lasciano anche fuori, ti pareva… Giudici di merda, hanno trovato i coltelli e tutto il resto e ora li lasciano fuori, capito come funziona l’Italia? Capito?”.

E poi ha continuato: “Ah, ma io dico che alla fine fanno bene a lasciarli andare, sai? L’hanno detto anche i parenti di PAMELA… Appena quelli fanno un passo fuori dalla galera, sono morti… Anche io li ammazzerei appena fanno un passo fuori…”

Ora. Già il fatto che uno parla con tutti questi puntini di sospensione (immaginari, ok, ma sempre lì stanno: siamo Grammar Nazi o no?) mi fa girare i coglioni a mille. Seconda di poi: PAMELA? Cioè, continuava a ripetere il nome come se fosse stata una sua amica, una sua cuginetta. Pamela. Pamela. Pamela. Gli avevano talmente tanto infarcito la testa di merda, a questo. I notiziari o sedicenti tali, i programmi barbaradursiani, le pagine Facebook in cui si parla di angeli e paradisi. Pamela. Pamela. Così come lo stato delle indagini, così come tutto quanto. Pamela. Pamela. Pamela. Continuava a ripetere Pamela mentre io me ne stavo in disparte, perché è un da po’ di tempo che cerco di non immischiarmi in discorsi del genere. Né sul lavoro né in altri luoghi. Mai. Un po’ perché ormai ho sviluppato uno snobismo intellettuale che faccio schifo a me stesso, quasi, e un po’ perché insomma, ma che cazzo gli vuoi dire a questi? E perché?

Infatti, saldo e fedele in questi miei principi, ho fatto un respirone e mi sono avvicinato sorridendo. Io sono uno di quelli a cui, quando s’incazzano, risulta difficile parlare. Immagino che la bocca si contorca un po’, è come se tu non riuscissi a controllare alla perfezione i muscoli che stanno intorno alle labbra. Sicché, quello che ti sforzi di far apparire come un sorriso bonario, come la sottolineatura di un “ehi, vorrei dire la mia opinione e spero che tu mi ascolti!”, si avvicina sicuramente più al ghigno di Hannibal Lecter nella scena in cui squarta quei due sbirri e li appende alla gabbia in cui era rinchiuso.

Insomma, mi avvicino e gli faccio: “Ma quindi ammazzeresti anche quel tranviere che ha ammazzato quell’altra a Milano e che ha anche confessato?”.

Gelo.

Vabbè ma che c’entra, dice quello, certo, anche lui, certo, non è che sono razzista e così via, tutto il campionario delle giustificazioni da snocciolare in questi casi. Che poi è vero. Io non penso mica che questo ragazzo sia un razzista. Anzi: io lo so che lui non è un razzista. Ed è proprio questo che mi preoccupa di più; è proprio questo atteggiamento che mi angoscia. Io lo so che lui non è un razzista e so anche che è un ragazzo d’oro. Gli voglio persino un po’ di bene, pensate. Non è terrorizzante tutto questo?

Anche qualche giorno prima mi era capitata una cosa simile, con un amico. Si parlava dei grillini e dei rimborsi e di tutte quelle stronzate. Io vi giuro, ve lo giuro, che non avevo mai capito fino in fondo che questo qui, questo mio amico, pendeva da quella parte. Probabilmente me l’aveva nascosto, non lo so. Fatto sta che questo mi dice che almeno loro sono onesti e che non hanno rubato nulla eccetera. Non gli ho controbattuto dimostrando l’evidentissimo controsenso, il cul-de-sac in cui si sono andati ad infilare sfracellando la minchia da anni con la trasparenza e l’onestà e due coglioni così. Gli ho semplicemente chiesto: ok, ma qual è il punto che ti convince di più nel programma di governo di Di Maio?

Gelo. Lo so, starete pensando che per ragionare con me uno farebbe meglio a portarsi dietro una stufina, con tutti ‘sti geli. Fatto sta che lui tergiversa un attimo, perché tanto io lo sapevo che non solo a lui e a quelli come lui dei programmi politici non fotte un cazzo. E, senti un po’, fatico pure a dar loro torto. Comunque sia, quello risponde con il solito: “Almeno loro non rubano”. Al che io affondo il coltello: come programma di governo ti basta? Hai un’azienda, paghi le tasse eccetera: ti basta questo? Sì, risponde. Poi ci riflette un secondo e dice: la proposta più intelligente che ho sentito fare, comunque, è della Meloni.

Potete capire che mi si è ghiacciato il sangue. Sentirmi dire “intelligente” e “Meloni” nella stessa frase così, a tradimento, pensavo fosse inconstituzionale.

Questo colpo di genio, secondo lui, sarebbe che la Meloni ha proposto una specie di sanatoria fiscale. Oh cazzo, dico io, che novità! Il rientro dei capitali illeciti. No, ma non sono illeciti, dice lui. Ma se uno li deve condonare, rispondo io. Eh ma non sono per forza illeciti, magari uno ha fatto un po’ di nero, dice lui. Eh, dico io. Vabbè, a parte questo: fantastico, non ci aveva mai pensato nessuno a un bel condono. Che poi io sono un rompicoglioni, a me piace studiare la storia, quindi è evidente che non mi potevo mettere a dire che è dai tempi dei Romani che gli imperatori fanno condoni fiscali per ammansire il popolo. Mi sono limitato a far notare l’incongruenza, ancora una volta: sono anni che ci scassate i coglioni con questa onestà come se solo voi foste i puri del mondo, ovviamente solo a chiacchiere come tutti coloro che vivono perennemente col culo sudicio, e poi la prima cosa “buona” che ti viene in mente è un condono fiscale?

No, anche l’introduzione della “flat tax”, mi dice. E dal modo in cui me lo dice io capisco subito che non ha idea di cosa stia parlando. Ormai che siamo in battaglia, penso io, battagliamo: lo sai che con la flat tax tutti pagano la stessa percentuale, per cui alla fine ci guadagna solo chi c’ha i quattrini, tanti quattrini, che probabilmente sono gli stessi che hanno anche i soldi nascosti all’estero eccetera? Vuoi che ti faccia un disegnino? Come si coniuga tutto ciò con il vostro francescanesimo, il vostro pauperismo, la vostra decrescita felice? Come si coniuga tutto ciò con il vostro moralismo da quattro soldi? Ovviamente non ho usato queste esatte parole, perché mi stava iniziando a girare fortissimo il cazzo.

Secondo me, ditemi voi se sbaglio, queste sono contraddizioni logiche. Per cui non c’entrano una sega le opinioni o le idee. C’entra quella libertà di dire che due più due fa quattro, da cui consegue tutto il resto. E io non dico che uno è come se si dovesse svegliare da un letargo intellettivo, davanti all’innegabile oggettività dei fatti. Ma almeno dire: cazzo, non ci avevo pensato. Questo sì, dai. Lo dobbiamo a tutte le generazioni di esseri che dai primi batteri del brodo primordiale a oggi si sono sforzati di mettere insieme un grappolo di materia cerebrale.

E invece? E invece già avete indovinato, scommetto. Scommetto che sapete già come va a finire questa storia. Questo tizio, a cui voglio bene e via dicendo, indossa il volto del tizio-comprensivo-tollerante-saccente, col sorrisino annuente e le sopracciglia un po’ all’insù in quella mimica tipica dell’ottuso e anche del capo, quel Di Maio che ironizza e sembra sempre dire: poverino, non capisci un cazzo. Diobono. Almeno, quando c’era LVI la gente s’impettiva e tirava fuori il mento e sgranava gli occhi per mimare il capo. Ora sembrano diventati tutti delle caricature di uno che sembra già una caricatura di suo. Ecco, questa cosa qui a me è una cosa che mi fa sbroccare. Ho già perso alcune amicizie per questi discorsi di merda. E infatti, sono sbroccato. Che poi io sono anche uno che riesce ad analizzare il proprio comportamento e ad ammettere i proprio errori: ho sbagliato a parlare così, dovevo scatenare direttamente una rissa.

Non so esattamente cosa voglio dimostrare con la cronaca di questi due esempi. Non so neanche se ci sia qualcosa da dimostrare. Che è, ti metti a pensare che tu sei meglio degli altri? Che è, ti metti a ripetere per l’ennesima volta che questa gente qui ha diritto di voto eccetera? Che è, ti metti a dire che ti sei rotto le palle, che non c’è più speranza, che Facebook ha dato il diritto di parola a legioni di imbecilli, che se la gente studiasse queste derive fasciogrilliste non esisterebbero, che bisognerebbe conoscere il Principio della Rana Bollita di Noam Chomsky, che si dovrebbe riflettere sul Paradosso della Tolleranza di Popper, che la storia si ripete sempre uguale a se stessa e della farsa e del si stava meglio quando si stava peggio?

Io non c’ho voglia di dire più un cazzo, lo giuro. Giuro che mi viene il mal di stomaco a pensare di dover parlare di queste cose ancora, e ancora, e ancora. Giuro che mi viene non il latte: mi viene la Centrale del Latte di Firenze ai coglioni a pensare di dover ancora una volta parlare di questa roba qui. Perciò, traendo ispirazione dai sacri versi elii riguardo il ritornello che non c’entra un cazzo ma che piace ai giovani, vi racconterò la storiella di quel monaco che c’aveva una fifa boia.

C’era questo monaco che si lamentava con il suo maestro perché s’impegnava tanto ma non riusciva a raggiungere l’illuminazione. Il maestro, per mostrargli in cosa difettasse, lo condusse insieme ad altri allievi sulla sommità di una collina: lassù, c’era un ponte di funi che collegava la vetta con la cima della collina di fronte. Sotto, un burrone profondo si spalancava minaccioso.

Quando il maestro allora ordinò al discepolo di attraversare il ponte di funi, quello tentò di obbedire, ma, manco a dirlo, appena il suo piede si mosse da terra e cominciò a vacillare su quelle funi quello si cagò addosso e torno indietro. “Non ce la faccio, maestro, ho troppa paura!”.

Allora il maestro, tra tutti i suoi allievi, chiamò un allievo che era cieco dalla nascita e gli impartì lo stesso ordine. Quello, se pure lentamente e tastando bene con i piedi la solidità degli appoggi che trovava, compì la traversata: non aveva avuto nessuna paura di cadere nel burrone. Il maestro si rivolse al primo allievo, e gli chiese : “Hai capito, ora?”

[Gianni Somigli]

 

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