Quello che sto per scrivere

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Quello che sto per scrivere, poco si addice al titolo di questa rubrica. Quello che sto per scrivere, col cinismo che di solito mi e ci contraddistingue, non c’entra. Non c’entra nulla. E ce ne freghiamo, ce ne sbattiamo se usciamo dal sentiero per un secondo solo. Quel sentiero fatto tutto di bozzoli e pozzanghere di fango, con le radici nascoste fra le pietre aguzze, che infidamente tentano di ghermire i nostri passi già di per sé incerti, malfermi non di rado, che tentiamo di occultare nell’ostinata ostentazione di un sorriso beffardo.

Usciamo solo per qualche passo, per qualche riga da questo sentiero pauroso, perché certe volte succede che ci si debba fermare, anche solo un secondo, anche solo per qualche riga, perché se riesci a farlo, perché se riesci a oltrepassare con lo sguardo le sterpaglie della retorica spicciola, ciò che vedi ti dilania dalla bellezza, e dal dolore; è una radura ombreggiata e fresca, che ti spezza il cuore, la verità. Un giardino tremendo e delizioso su cui non ci è permesso soffermarci troppo a lungo: impazziremmo, davanti alla verità. Ed è per questo che ci siamo inventati tutto il resto, è per questo che Dio o l’evoluzione ci hanno dotati, guardandoci da fuori per millenni, della fantasia. O della capacità di mentire a noi stessi.

È morto un ragazzo, lo sanno tutti. È morto dormendo. Semplicemente, il suo cuore ha rallentato, pian piano, un battito per volta, come quando rientri a casa di notte e cammini in punta di piedi per non svegliare chi ti sta di fianco. Un battito lento, e poi un altro, e poi l’ultimo, fino a un sogno che si ferma, l’ultimo; chissà se stava sognando la sua bambina Vittoria, Davide, o se forse la notte sua ultima è stata profumata come l’erba appena tagliata di un campo da calcio. Forse, se non avete mai giocato a pallone, non riuscite a chiudere gli occhi e sentire il profumo di quell’erba. Quella che quando eri bambino sognavi anche tu, perché i campi che ti toccavano erano quasi sempre in terra e fango e pozze, ma poco contava, anzi nulla; e quell’erba che a stento cresceva nei campi di quando eri più grande, ed i custodi che ti rincorrevano se solo ti azzardavi a fare un passo o a tirare una pallonata là in mezzo.

Forse Davide stava sognando qualcosa che col calcio e con la vita non c’entrava nulla. Forse sognava di mangiare il suo piatto preferito, di ascoltare la sua canzone preferita, di guardare il suo film preferito; forse sognava di parlare o di fare l’amore con Francesca, ancora una volta, per l’ultima volta, fino all’ultimo battito che come l’addio di un amore non corrisposto ha segnato per sempre una notte di inizio marzo.

Quando muore un ragazzo, un padre, un compagno, un figlio, un amico, è sempre, sempre, sempre una tragedia. Perché ci troviamo a fare i conti con quella radura soleggiata dove non possiamo mentirci più; c’è uno specchio, proprio in mezzo ai fiori, e ciò che vediamo riflessa è la nostra immagine, solo la nostra, piccola immagine. Quando muore un amico, un compagno, un padre è una tragedia perché noi che restiamo non siamo più gli stessi, non lo saremo più, perché dei nostri ponti sul mondo uno è venuto a crollare. E per quanto ci sforzeremo di costruirne ancora, di nuovi, quel vuoto sarà lì, sempre, a ricordarci chi eravamo, e chi non saremo più.

Ma solo chi ha giocato a pallone può capire cosa è successo in questi giorni. Chi ha giocato a pallone, anche solo per un po’, anche solo per un mese, riesce a capire la portata della tragedia. E non c’è bisogno di usare molte parole per raccontare ciò che non si può raccontare; risparmiamo gli aggettivi e gli avverbi per altre occasioni. Solo chi ha giocato a pallone riesce a sentire dentro, poco poco prima dello stomaco, quanto sia gigantesco quello che è successo; e lo sente come fosse successo a lui, come se non fosse passato neanche un giorno dall’ultima volta che hai tirato un calcio a un pallone o a un avversario, in cui hai sbagliato un rigore o hai segnato un goal da fuoriarea, in cui hai litigato per un passaggio sbagliato o hai esultato con i ragazzi della panchina. È una fratellanza che non finisce mai, un po’ come quella che lega per sempre chi ha fatto una guerra, di chi ha costruito qualcosa di importante.

Ed ecco perché ci colpisce la morte di Davide. Perché è la morte di uno di noi. Perché è un po’ come quando muore il tuo cantante preferito, o quando muore il tuo attore preferito, il tuo scrittore preferito. Se canti o reciti o scrivi, sai di cosa sto parlando. Fai parte di un tutto che è più grande di te e di cui forse non sapevi neanche di far parte, fin quando non esci per un attimo da quel sentiero maledetto per fermarti qualche secondo in quella maledetta radura, chiamata Verità. E non importa, non importa se non capite; non importa se siete così gretti, così vuoti, così morti da contrapporre morte a morte, da sollevare dubbi e polemiche, da sventolare bambini morti in guerra di fronte alla morte di un ragazzo, di un giocatore di pallone, di un artista, di un qualcuno che odiate con tutti voi stessi proprio perché voi stessi siete i primi ad odiarvi, ad odiare voi, il mondo che vi circonda.

La storia fluisce e ci attraversa e ci passa accanto ogni giorno, e quando invece attraversa noi e il nostro cuore e il nostro stomaco, perché ci tocca da vicino, ci trova terrorizzati, spaventati, illusi che non moriremo mai e che i nostri eroi non moriranno mai e che il mondo ci appartiene e così via. Il sentiero ci richiama a sé, per condannarci e per salvarci. Forse tornerà il tempo in cui dovremo fermarci a osservare oltre le sterpaglie, in quella radura, dove ci attende il sorriso di Davide Astori e quello di tutti coloro che fanno parte, per poi partire, ma senza mai lasciare.

[Gianni Somigli]

 

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