Autoscatto d’autostima.

Posted by

Non so se vi è capitato di leggere la notizia di quel tizio che si è fatto un selfie sulla banchina della stazione di Piacenza. Immagino di sì. È appena successo un incidente, molto brutto: c’è una donna che è appena stata colpita da un treno e che ha perso una gamba. Ci sono i soccorritori che la stanno aiutando. E c’è questo tizio, tra l’altro vestito in modo discutibilissimo, che “si fa un selfie”. Non c’è nemmeno bisogno di spiegare quale sia la “posa” di chi si fa un merdosissimo selfie, ormai entrato a far parte non solo del lessico comune, ma anche della nostra disgraziata contemporaneità posturale.

Questa storiaccia è diventata di pubblico dominio, per una volta, non per il selfie in sé; lo scatto, anzi, l’autoscatto, è stato infatti cancellato dopo poco grazie all’intervento delle Forze dell’Ordine, chiamate da un passante che guardacaso era un giornalista. Il quale ha scattato una foto a sua volta. Non un selfie, bontà sua. Anche perché un selfie per denunciare un tizio che si fa un selfie sarebbe stato troppo lynchano anche per il periodo che stiamo vivendo.

In un pezzo su La Stampa, Antonella Boralevi commenta questa vicenda con una certa dose di pessimismo: “Quello che io credo non si possa cancellare è il cancro che corrode la rete. Luogo magnifico, la rete. Luogo di democrazia, di libertà, di condivisione. Luogo per il quale siamo grati a chi ce l’ha regalato (senza metterci il copyright ). Ma anche tarlo che ci lavora dentro l’anima. Se non ci fermiamo a pensare. Lavora, la rete, a scavare dentro il buco nero della nostra autostima. Del nostro bisogno di essere ri-conosciuti. Di essere accettati. Di piacere a qualcun altro. Che poi, alla fine, è il nostro comune bisogno di attraversare la vita essendo visti”.

La disamina narcisista del navigatore virtuale è ormai un dato di fatto consolidato. Per cui si può essere d’accordo con questo giudizio. Ma, visto che ci siamo e visto che quel “sed peiora parantur” ormai ci bussa all’uscio, perché non metterci sopra un bel caricone da dieci di pessimismo cosmico e bile verso la società in cui viviamo?

Sarebbe troppo semplice ricordare, qui e ora, chi per fare un selfie ha messo in gioco la vita del proprio figlio, perdendo la partita; o quella del tizio che è caduto nella gabbia di un orso per farsi un selfie e che è stato giustamente sbranato dalla bestia, ovviamente mentre gli amici filmavano la scena. Ragazzi, ve lo giuro: mettete su Google “morti selfie” e capirete di cosa si sta parlando. Ma mica c’è bisogno di tanti sforzi per comprendere che la gente ha perso completamente la testa, di questi tempi.

Ampliamo un po’ il raggio d’azione del nostro ragionamento pessimista e assolutamente carico di livore. Ciò che colpisce di tutte queste notizie, o almeno che colpisce chi vi sta scrivendo, è che sì, innegabilmente ormai se non sei social praticamente non esisti. O, perlomeno, sono molti a pensarla in questo modo. Ormai ci sconvolge chi non ha un account FB. Restiamo delusi se la tipa che ci piace non ha un account IG. E così via. Come se, in fondo, il cosiddetto “mondo reale” fosse diventato una piattaforma casuale da sfruttare per creare relazioni “vere” sul web. Un ribaltamento antropologico, sociologico, psicologico totalizzante. Così totalizzante da rappresentare, evidentemente, un bocconcino prelibato per chi ha il palato fine come quello di un maiale abituato a scofanarsi la propria merda da mattina a sera.

Non stiamo dicendo, qui, che un piano sia reale e l’altro no: non parliamo di mondo “vero” contro mondo “falso”. Alla base, del resto, ci sono sempre le persone e il loro modo di agire e pensare.

Tuttavia, ci sembra clamoroso, evidente che ciò sta accadendo, e che sta accadendo sempre di più, abbia a che fare con un progressivo distaccamento dalla realtà. Un po’ come un cancro che si espande, ciò che porta un tizio vestito tutto di bianco a farsi un selfie con le dita a V mentre una tizia meno fortunata ha appena visto la propria gamba essere spazzata via da un treno in transito, come lo vogliamo chiamare? Sì, dai, il secondo modo dopo “demenza”, dicevo. Vogliamo chiamarlo mania? Mania di grandezza?

Forse. Perché ciò che è successo su quella banchina non è così diverso da ciò che è successo alle ultime elezioni politiche, e ancora prima, in campagna elettorale, per non parlare di dopo, col tira e molla tra grillini e leghisti con Mattarella e tutto il resto. Sapete bene di cosa stiamo parlando.

Non è molto diverso perché quella è la contemporaneità. Quello è il distacco.

Quello è ciò che succede quando il mondo “vero” sta dentro un computer, su un social; quando ascoltiamo solo ciò che vogliamo sentire, e ciò che non vogliamo sentire, semplicemente, lo cancelliamo con un clic. C’è una presunta impunità di massa derivante dall’anonimato che ci permette di insultare, denigrare, offendere, minacciare che si fa partito, che diviene movimento politico. Vi sentite al sicuro dietro ad uno schermo, nella vostra cameretta; quella stessa sicurezza che sentivate scorrere nelle vene quando sono usciti i primi siti porno. Migliaia di persone vivevano le loro vite sessuali così, guardando pornazzi, calandosi nella parte dell’idraulico o del pompiere (sì, siamo retrò) e godendosi un orgasmo che non prevedeva alcuna relazione “reale” con qualcuno, un corteggiamento. Nulla. Eravamo i supereroi della masturbazione; ci hanno trasformati in paladini dell’onestà. Capite che c’è qualcosa di marcio, in tutto questo. Marcio e molto triste.

Oppure, probabilmente, le cose stanno ancora peggio. Perché non ci si può fermare a questa darwinistica involuzione della specie dei segaioli seriali per capire quanto profondo e drammatico sia ciò che stiamo vivendo.

Il distacco, il ribaltamento della percezione del mondo, ha portato in molti, moltissimi, la maggioranza del paese a lidi di cattiveria finora sconosciuti. Non mi lascio ingannare da chi, ora, si pente di aver dato un voto perché pensava una roba e poi si trova i nazisti omofobi al Governo. Eh no, troppo semplice così. Vi hanno caricati a molla, vi hanno pompati a mille. Il tutto non solo con il vostro consenso, ma con la vostra orgiastica volontà distruttiva: distruggiamo tutto, quelli di prima facevano tutti schifo, fanculo tutti. Proprio come i Talebani che fanno saltare in aria le statue del Buddah, sapete. Vivete nella rappresentazione di un mondo, non nel mondo reale; quella rappresentazione che vi fa dire “Ora, lo Stato siamo noi”. Ma vaffanculo, vai.

Mi ricordate quando, da bambini, ci si faceva prendere dalla foga e ci si spingeva un po’ troppo in là. Perché quella foga, quell’adrenalina, ci faceva viaggiare su una dimensione diversa, nuova, irreale. Un po’ troppo in là. Nel prendere per il culo qualcuno, nel fare qualcosa che aveva il fascino del proibito. Il richiamo della distruzione. Salvo poi pentirsi tutto insieme quando ci si rendeva conto di aver esagerato. Che il male che stavamo facendo a qualcuno, in fondo, lo stavamo facendo a noi stessi: stavamo rendendo il “nostro” mondo un posto peggiore. E allora cazzo, vi ricordate come ci sentivamo di merda? Ci pentivamo, in qualche modo, di aver esagerato, di aver dato retta magari al bulletto di turno. Oppure ci facevano pentire i nostri genitori, ognuno nel modo più fantasioso e congeniale.

Alcuni di voi ora tacciono. Altri si arrampicano sulle improbabili pareti dei distingui. Ma ci sono altri ancora che sono ancora in piena sbornia da ribaltamento del mondo, a cui non importa un cazzo di essere al governo con omofobi o nazisti; questi ultimi sono quelli che passano le giornate a commentare qualsiasi cosa con ROSICONIII!11!! oppure VE RODE EEHH!!11!. A questo siamo. Chi cazzo se ne fotte del governo, dei programmi, del nazismo. L’importante è prolungare il più possibile la sega elettorale che vi permette di sentirvi vivi. Cazzo ce ne frega se il mondo reale va in fiamme, nel frattempo. Al limite, poi, ci faremo un selfie con l’incendio come sfondo, che tanto voialtri siete quelli che si fanno selfie mentre votano, mentre una muore, mentre cagate, mentre mangiate, mentre scopate. Poi capita che vi scappa la mano, che fate un selfie a un orso incazzato. E da laggiù, dal fondo della gabbia, che sia quella dell’orso o quella di Paragone, chissà come vi sembra lontano, il mondo in cui vivete.

[Gianni Somigli]

 

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.