Eppure ci avevano educati

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Il popolo italiano fa i capricci come un bimbo ciucco di vizi e di stanchezza.

Leggo di un’ottantina di segnalazioni di concorsi irregolari nell’università italiana. Penso che qualcosina che non va potrebbe esserci, in un modo o nell’altro. Poi penso che bisognerebbe davvero conoscere i fatti, prima di giudicare o intervenire. Poi penso che comunque la popolazione si schiererà dalla parte dei rettori o da quella dei denunziatori (calunniatori?) a prescindere dai fatti, e degli eventuali esiti non interesserà pressoché a nessuno. Allora penso che posso portarmi avanti con il lavoro e sbattermene il cazzo fin da subito, tanto l’unica cosa che condivido con l’università è l’attenzione alle studentesse, e per entrambi l’interesse porta frutti solo se corrisposto.

D’altra parte, di notizie bruttarelle, se ne incontrano una marea, volendo o meno.

Pur avendo un rapporto coi social estremamente limitato e una qualità di contatti piuttosto selezionata, i temi caldi mi arrivano a prescindere dal peso degli stessi sulla realtà o sul futuro dell’umanità, del paese o anche solo miei.

Ora sono i migranti, ora il porto d’armi, ora il metoo, ora i costi dei calciatori, e tutto si esprime in ceffoni da posizioni nettissime e in contrapposizione, vere e proprie risse mediatiche fra tifosi. Tifosi che non seguono lo sport, tifosi che non sanno di fuorigioco e inveiscono contro il guardialinee, tifosi che non sanno nemmeno se qualcuno abbia fischiato davvero o se si stia giocando, tifosi che sono poco più che una claque violenta e votante. Una massiccia banderuola di voti cui basta il vento di una scorreggia per cambiare direzione.
E a giudicare dalla puzza pare che qua si scorreggi parecchio.

In questo stadio c’è anche chi si batte per un po’ di attenzione ai fatti, per l’analisi critica, per l’elaborazione dei dati, di quelli che tifano per lo sport, per intenderci. Ma di questi ce ne sono pochi e divisi in due: quelli in tribuna d’onore che riescono a tenere minimamente le redini del gioco, e quelli in curva, semplicemente destinati a rimanere schiacciati dalla folla, sotto il peso della democrazia.

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Noi vogliamo sistemare i nipoti ma condanniamo il nepotismo, vogliamo il reddito di cittadinanza ma condanniamo il vitalizio, vogliamo sparare ai ladri ma condanniamo Equitalia.

Vogliamo il dolce ma senza prima aver finito la cena; se le mangino i negri, le verdure.

Eppure qualche sgridata da piccoli l’abbiamo presa, qualche indicazione sul come comportarci ricordo che l’abbiamo avuta, quindi suppongo anche le generazioni precedenti. Il rispetto, la solidarietà, l’intelligenza, il lavoro… certo gli esempi non erano il massimo, con la furbizia che andava a sostituire più o meno tutto il resto, ma almeno la furbizia portava qualcosa nelle proprie tasche, mentre ora non sono più tanto convinto che su questi spalti i tifosi abbiano idea di cosa si ritroveranno in tasca se l’arbitro fosse davvero cornuto, se i giocatori dovessero davvero morire.

Forse quell’educazione era già l’inizio della fine, o forse è stata un’educazione pigra, mentre le cose andavano meglio e i genitori iniziavano a sbattersene il cazzo come oggi ho voglia di fare io, che infatti non ho voglia di fare il genitore. Ma ora che le cose iniziano ad andare meno bene escono tutti i limiti del caso, con gente che sa solo sbraitare e battere i piedi in terra, o meglio, sulla tastiera.

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

Nel frattempo dovremmo reinventarci un’educazione, che dovremmo evitare di far ripartire da 500 anni fa, un’educazione fatta di piccoli gesti e grandi gesta, un’educazione fatta, e mi duole dirlo, di sacrificio. Mi duole perché acciderbolina, io c’ho una vita sola e non vedo perché dovrei offrirla al sacrificio per le generazioni future, ma questo ci riporterebbe al senso della vita ed è difficile parlare di filosofia in un mondo in cui la maggior parte delle persone non ha idea di cosa cazzo possa servire la matematica.

Ci avevano educati, eppure devono averlo fatto a cazzo di cane.

Possiamo fare qualcosa, però se non vogliamo farlo ditemelo subito che vado a riappostarmi fuori all’università, che questo è periodo di matricole.

 

[D.C.]

 

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