Mi sono un po’ rotto il cazzo di un certo giornalismo.

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Grazie alla mia famiglia e all’educazione ricevuta in casa e a scuola, sono cresciuto con la convinzione che il mestiere di giornalista fosse una delle cose più nobili possibile. Ricercare la verità ed informare la popolazione, spesso sfidando il potere o la criminalità, scavando per ricostruire i fatti, fornendo un punto di vista informato e autorevole sono sempre stati – per me che giornalista non sono – cose che avvicinano chi sceglie di fare quel mestiere a una specie di supereroe.

Ammetto di aver spesso peccato, in gioventù, di ingenuità. Ho sempre prima creduto, poi spesso solo sperato, che alcune figure (a fianco del giornalista potrei mettere anche il politico, l’uomo di legge, il medico, lo scienziato) fossero, per un mix di vocazione e competenza, i baluardi di una civiltà proiettata in avanti, in aperta contrapposizione a santoni, ciarlatani, arruffapopolo e in generale a chiunque venda fumo e merda (semicit).

Poi arriva la realtà e ti sbatte in faccia sé stessa.

“Modena: nessuno va alla festa del bimbo autistico.”

Così titolavano fino a poche ore fa un po’ tutti i quotidiani, da quelli più blasonati a quelli più piccoli. La ricostruzione dei fatti era agghiacciante: partendo dallo sfogo di una mamma su Facebook, apprendevamo sgomenti che, in occasione del compleanno di suo figlio, un bimbo autistico di quattro anni di Cavezzo, l’intera classe del bimbo aveva disertato la festicciola organizzata dalla madre, in una Onlus nei pressi di Modena. Ventitrè bambini invitati, nessuna presenza. Non solo: la mamma non aveva neanche chiesto regali, ma una una donazione ad un’associazione che aiuta i bambini autistici. Come si può abbandonare così un bambino che vive una condizione particolare, e una mamma che addirittura chiede una donazione a una Onlus anziché egoistici regali?

“Cazzo, ma che mostri saranno i genitori dei bambini coinvolti, e quale educazione daranno mai ai propri figli?” ho subito pensato, insieme a migliaia di altre persone raggiunte dalla notizia. Poi, vuoi perché sono un cacacazzi, vuoi perché ho sempre bisogno di sentire tutte le campane per farmi un’opinione, sono andato alla ricerca di altri dettagli.

E ho scoperto (non per primo, eh, chi sbufala di “mestiere”, come i ragazzi di Butac, c’era arrivato ben prima di me) che la mamma del bimbo è una no-vax convinta, che l’associazione a cui voleva fossero donati soldi l’ha fondata lei, e che ovviamente questa associazione è assimilabile alla galassia dei free no-vax. Che oltretutto la donna ha pubblicato svariati post estremamente razzisti, che potrebbero in effetti mettere in difficoltà un genitore che voglia far partecipare il figlio a quel compleanno

Sinceramente, se ad essere stato invitato fosse stato mio figlio, avrei avuto qualche problema ad acconsentire a cuor leggero. E non voglio mettermi nei panni di un genitore che magari ha un figlio immunodepresso e non vaccinato (lo fareste entrare nella sede di un’associazione no-vax?) o di etnia diversa da quella italiana (lo mandereste a una festa di una persona che ha dimostrato di odiarlo?).

Ovviamente il primo pensiero va al bimbo – che non meritava di passare solo il compleanno, in ogni caso – e sì, anche alla mamma, che non giustifico per il razzismo, ma che presumo rientri nel gruppo di genitori che, non raggiunti da una corretta informazione scientifica e contemporaneamente in difficoltà per la condizione del figlio (che nessuno è riuscito a spiegarle, e per cui nessuno ha trovato un “colpevole”) si sia rifugiata nelle idee di bastardi senza scrupoli che, ancora oggi, lucrano sulla paura di chi soffre diffondendo falsità e odio.

In realtà non voglio parlare della vicenda di Cavezzo, che ai miei occhi rappresenta solo l’ennesimo fatto esposto soggettivamente e a cui ognuno ha reagito d’istinto prima di farsi un’idea realmente informata: voglio parlare di come i giornali, quasi tutti, abbiano riportato la notizia sentendo soltanto la voce della persona che ha per prima riportato l’accaduto, denunciando un “sopruso” subito con un video su Facebook, senza verificare minimamente i fatti. Cristo, ma a nessuno è venuto in mente di contattare gli altri genitori? A nessuno è passato per la testa di controllare quali idee venivano propagandate dalla “Onlus” coinvolta? Nessuno ha pensato che chiedere una donazione anziché dei canonici regali fosse una pratica bizzarra e ha provato a informarsi meglio, prima di pubblicare la notizia su un cazzo di giornale?

Badate bene, non dico che i giornali avrebbero dovuto attaccare la madre del bambino. Ma, quantomeno, partendo dall’episodio, avrebbero potuto esporre sia le ragioni della mamma che quelle di chi ha deciso, magari a malincuore, di tenere a casa il proprio figlio.

La cosa che mi fa incazzare è che per questo episodio di informazione assolutamente parziale, incompleta, inesatta, sicuramente nessuno pagherà. Perché se si escludono casi eclatanti e chiacchierati come quello di Feltri, di Castagna o di Diprè (e prima ancora di Baudo e Bongiorno, tutta gente che – a parte Feltri – manco facevano più i giornalisti), l’elenco delle sanzioni disciplinari per giornalisti “non famosi” mi sembra piuttosto corto e, spesso, limitato alla sanzione più leggera, ossia “l’avvertimento”, e quasi sempre per questioni diverse dall’aver scritto una sonorissima vaccata. Per capirci, nell’elenco delle sanzioni dell’OdG della mia regione, la Toscana, dal 2013 a oggi compaiono più che altro avvertimenti per questioni interne – contratti non conformi, mancata presentazione di un qualche documento, denigrazione di un collega o violazioni del decoro, per esempio – e solo in pochissimi casi per l’aver riportato notizie false o inesatte. Così a occhio, meno di cinque.

Sarò malfidato io, ma mi suona davvero stranissimo che in 5 anni ci siano state così poche sanzioni disciplinari per qualche notizia inesatta pubblicata e, magari, mai rettificata. Per carità, sicuramente sono io che ho in mente un giornalismo meno pressapochista, che non tengo di conto dei ritmi lavorativi probabilmente massacranti e della difficoltà di reperire in fretta tutti gli elementi necessari a riportare correttamente una notizia, ma considerando il fatto che solitamente una cantonata viene presa in contemporanea da più testate mi sembra assurdo che ci siano così poche sanzioni.

L’OMS contro il Made in Italy, il bambino disabile a cui sarebbe stata negata l’eucarestia a Ferrara, la “museruola” per le donne musulmane, le incredibili scoperte scientifiche che poi sono tutt’altra cosa, le “teorie degli ufologi” su presunti monoliti su Marte, il video della batteria al limone usata per accendere il fuoco… l’elenco è lunghissimo anche senza contare l’incredibile numero di bufale razziste proposte dai soliti giornalacci (che però sempre giornali sono!) e la mole di foto e video fake pescati da YouTube o da altri social che finiscono nelle homepage dei quotidiani nazionali… e niente di tutto questo viene (praticamente) mai sanzionato.

Non sono uno di quelli che tuonano che “l’Ordine va abolito”, ci mancherebbe altro: la stampa dev’essere libera, indipendente e deve sia autotutelarsi che tutelare i cittadini. Su quest’ultima parte, però, la vedo un po’ grigia, la situazione. Anzi, ad essere sincero la situazione è decisamente insostenibile, per quanto mi riguarda: personalmente, ormai, mi fido pochissimo dei giornali; mi sento obbligato a controllare ogni dettaglio che mi suona storto, il che succede un po’ troppo spesso, e leggo ogni cosa con un sospetto che mi fa sentire a disagio. E trovo questa sensazione paradossale, perché mi hanno sempre insegnato che i giornali dovrebbero essere quella cosa che, almeno nel riportare i fatti, costituisce per il cittadino comune la risorsa primaria di “verità”.

E invece, e chiudo così il cerchio, mi sono un po’ rotto il cazzo di un certo giornalismo.

Voi no?

[Marco Valtriani]

PS: Se qualcuno volesse smentirmi, con dati e numeri più confortanti di quelli che ho trovato io, gli sarei davvero molto grato.

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5 comments

  1. E’ un serpente che si morde la coda (tanto che io da quell’ambiente ho scelto di uscire: ora scrivo per una testata registrata che secondo l’ordine della mia regione non dà il diritto di entrare nel suddetto, perché finanziata da un’ente e quindi non libera [ma poi danno il tesserino a quella che scrive per il periodico della parrocchia]. Una testata che ti lascia anche una settimana per produrre un pezzo, per sentire tutte le persone coinvolte, ma che per l’ordine non ti permette di definirti “giornalista” ma solo copywriter). Comunque immagina la situazione della testata media da cui per me bisogna solo fuggire: 4 euro a pezzo, con il direttore che ti dice “ma sì, copia dagli altri giornali”. Fai il calcolo di quanti articoli devi scrivere per mantenerti. E immagina che l’ordine debba sanzionare un poveretto che lavora così. Ovvio che non lo fa, quello che io critico è che quando si è parlato di contratto nazionale è venuta fuori una cosa ridicola che ha lasciato la situazione praticamente immutata. Fai bene a non fidarti dei giornali (io ormai leggo solo Glamour, dove almeno le marchette ai prodotti sono trasparenti) e salvo miracoli le informazioni non le troveremo più lì

  2. Il problema è la voglia e il tempo di sbattersi.
    Il giornalaccio riporta informazioni infondate, ma poi qualcuno dovrebbe effettivamente controllare l’informazione, e se si tratta di certi ‘fatti’ assimilabili alle opinioni bisogna ritirare fuori gli argomenti di autorità e risalire un fiume di tempo perso per dimostrare che il razzismo non è scientificamente dimostrato.
    Credo che una parte del problema riconduca allo snodo tra la comunità accademica (che *deve* dubitare e rimettere in discussione le tesi assodate e discutere con competenza e rigore intellettuale) e il pubblico generalista, che ha bisogno solo di informazioni assodate e ripetute, ma vuole (o, almeno, questo è quello che vendono i giornalisti) notizie emozionanti, novità sorprendenti e rivelazioni sbagliate.

    Strano, sembra che di nuovo il problema sia il mercato: in questo caso quello dell’informazione, dove la vaccata vende più del fatto, e i giornalistucoli che vogliono campare non hanno problemi a raccontare vaccate.

    1. Solo che, leggendo il codice deontologico dei giornalisti, si evince in maniera abbastanza chiara come questi in realtà dovrebbero avere il fottuto OBBLIGO di dare le notizie in un certo modo…

      A volte mi sento imbecille io a cercare le fonti di quello che scrivo (anche se di fatto questo è solo un bloggaccio e potrei pure fregarmene, finché non infrango la legge).

      La sensazione è che ormai il pubblico si sia “abituato” a questo tipo di situazioni e che, come diceva uskebasi (con cui per una volta sono d’accordo), la mancanza di sanzioni di qualsiasi tipo o di provvedimenti disciplinari seri abbia portato a un calo sempre più evidente della qualità dell’informazione, al punto che fare il giornalista seriamente sia quasi controproducente in termini di mercato (che è un po’ quello che dici tu alla fine).

      1. Sì, stavo commentano proprio le risorse e i tempi richiesti all’ordine dei giornalisti per verificare il rispetto delle regole e per farle valere: è praticamente impossibile a meno di non dedicare degli ‘inquisitori’ a fare questo lavoro.
        I debunker di provata rispettabilità ed esperienza sarebbero degli eccellenti candidati, ma sarebbe istituzionalmente impossibile: chi controllerebbe i controllori?
        Eppure, eppure, direi che vista la situazione attuale non sarebbe *così* male se Puente, o Butac o Attivissimo avessero il diritto di veto e il potere assoluto sui giornalisti loro colleghi…

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