Nemici del popolo

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Ah, i bei vecchi tempi. I tempi in cui non c’erano i social network, quando se offendevi qualcuno in qualche modo scattava il guanto bianco e in quattro e quattr’otto ti ritrovavi con una spada in mano per decidere chi avesse ragione e chi no.

Sto leggendo “M., il Figlio del Secolo” di A. Scurati. Si capiscono un po’ di cose che si erano già capite, fra quelle pagine. Non solo sul nostro passato recente, ma anche sul nostro presente e, porca miseria, sul nostro futuro.
Circa a metà libro, Scurati racconta del duello che ha avuto luogo nientemeno che tra l’uomo che da lì a poco sarebbe diventato dittatore e uno dei giornalisti più importanti della storia italiana: Mario Missiroli. Missiroli, dalle colonne del Corriere della Sera, aveva accusato il duce di “schiavismo agrario”. Mussolini aveva replicato, dal Secolo, tacciando il direttore del Corsera “perfido gesuita e solennissimo vigliacco”. Quarantacinque minuti e sette assalti alla spada, il 14 maggio 1922: Missiroli ferito a un avambraccio, fine del duello, i due che non si riconciliano. Per un po’, almeno, dato che nel giro di poco Missiroli saluterà con favore l’ascesa del fascismo, del nazismo e dei due stronzi in uniforme.

Perfido gesuita, solennissimo vigliacco. Puttane. Sciacalli. Pennivendoli. La cifra è senz’altro diversa, si capisce. Ma neanche troppo. Del resto, i tempi sono cambiati. I tempi, non le dinamiche e gli uomini. Ed anche il “ruolo” del giornalista è cambiato, con questi fetentoni che anelano al rapporto diretto, non mediato, con il “popolo”: migliaia di post su FB, su Twitter, canali personali, dirette streaming. Ed il pennivendolo che spesso, spessissimo è costretto a inseguire, a raccontare, senza possibilità di intervenire, fare domande.

Gli insulti dei politici ai giornalisti non sono una storia nuova. Oddio: se uno sa come stanno le cose, c’è davvero poco di “storia nuova”. In generale.
Forse è proprio questa la grande novità, ciò che sorprende: lo stallo. Infinito, perpetuo, ridondante: pensavamo di essere in mare aperto, e invece siamo in uno stagno che ribolle di merda di rana.
La cifra, certo: usare termini come “puttane” anziché “solennissimo vigliacco” qualcosa ci racconta. Ci racconta forse la storia sguaiata di persone volgari, insulse, che utilizzano un linguaggio basso, rasoterra, sottoterra. Un codice linguistico che ne mostra l’inadeguatezza morale per il ruolo a cui sono stati chiamati.
Oppure no. Oppure, ancora una volta, ci troviamo qui a parlare del sesso degli angeli: chi li ha votati, non si scandalizza. Ma manco per il cazzo, si sa: ormai è quasi monotono anche solo ribadirlo. Loro parlano così perché chi li ha votati parla così, ascolta così, vive così: alla donna che non ci sta, la chiamano puttana, troia; alla donna che ci sta la chiamano puttana, troia; alla donna che fa carriera la chiamano puttana, troia. E così via. Beceri, volgari. Elettori.

Delle parole dei rappresentanti del partito che co-guida il Governo non può esistere una sola lettura, e cioè l’offesa, l’insulto diretto ai giornalisti; il versante più grave, secondo chi vi scrive, si deve riscontrare nella scelta lessicale in quanto tale. Insomma: secondo me, si dovrebbero incazzare molto di più le donne che i giornalisti. Ma non mi pare ci siano state molte reazioni in tal senso. Del resto, avete ragione anche voi: a questi è complicato stargli dietro, cazzo. E la tentazione di dire fate come vi pare è forte, fortissima.

Ma c’è stata, sempre in questi giorni, un’altra faccenda legata a doppio filo ai nostri insultatori governativi. Il presidente americano (io ancora stento a pensarlo e scriverlo) Trump che insulta e sbatte fuori un giornalista CNN, Jim Acosta, durante la conferenza stampa di commento alle elezioni mid-term alla Casa Bianca. Sorvolando sul fatto che per giustificare l’accaduto pare che Trump abbia diffuso un video falso, mi hanno colpito le parole usate da Trump, col dito puntato come un fucile da esecuzione: “Nemico del popolo”.

Roba che si sente anche da noi, per carità. Quasi tutti i giorni. D’altronde, noi siamo quelli che hanno inventato la “Manovra del Popolo”. Sempre lì, si torna. Il popolo. La gente. Noi. Loro.
Così come non è una novità ciò che ha fatto quel coso coi capelli gialli. Provate a mettere su Google “Trump insulta giornalista”, e capirete di cosa parlo.

Nemico del popolo. ‘Sto cazzo di popolo sempre in mezzo. Fin dai tempi antichissimi, perfino nel senato romano la formula “Nemico del popolo” era un marchio d’infamia da appiccicare addosso ad un avversario politico. Con tutto ciò che ne consegue.

Volete un’analisi politica, sociale, psicologica, antropologica? Ma anche no, grazie. Perché se mi stai leggendo, io so già che tu lo sai, e che non c’è molto da essere d’accordo o meno: è così, punto e basta. Il leader carismatico, il gregge, le dinamiche comunicative e di controllo del potere. Blabla. Che noia. Stalin usava le stesse parole, le BR usavano le stesse parole. Sempre, esattamente, le stesse merdosissime parole.

Insieme alla parola “popolo”, la parola “nemico”. Ancora, non mi va di soffermarmi troppo su cosa questo rappresenti nella logica manichea della politica di tutti i tempi. Il bene e il male, noi e loro. Gli amici, e i nemici. “Nemico del popolo”: in due parole, la summa massima ed il sunto perfetto di un pensiero. Il titolo ideale della dottrina umana.

Poi, come sempre, saranno proprio i nemici del popolo a salvare il popolo stesso. Ma la fine, ammesso che di fine si possa parlare, è ancora lontana.

[Gianni Somigli]

 

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