E fatevela ‘na risata.

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“Well vixen are love gods, just like me
Pretty pretty sex things, Just like me
Dressed up and paid to play, I couldn’t live that way”
(L7 – Just Like Me)

Polemiche per lo sketch di Angela Finocchiaro sulla donna invisibile a “La TV delle Ragazze”. Perché? Perché è sessista. Oh, cazzo, uno sketch sessista, che novità. Bill Burr, scansate. Perché ovviamente non abbiamo mai visto uno sketch sessista fatto da un uomo, vero? Cioè, il repertorio di battutine qualunquiste sulle donne di volta in volta irrazionali, cacacazzi, sanguisughe e cagne di un’amplissima fetta di comici italiani non le abbiamo mai sentite, ci sono state impiantate nel cervello tramite falsi ricordi da Big Comedian, la multinazionale che si occupa di farci indignare a cazzo di cane per cose a caso.

Provo a organizzare un discorso, ok?

Innanzitutto: parlo sostanzialmente di comici che si esprimono su un palco, in trasmissione, o in opere come libri, film e articoli di carattere comico o umoristico, ossia di comici “nell’esercizio delle loro funzioni”. Il discorso vale tanto per il cabarettista alla Zelig, che per lo stand-up comedian impegnato, che per lo scrittore umoristico che scrive su un libro o sul suo blog, che per il vignettista che fa una striscia su un giornale, una rivista o sulla sua pagina Facebook. Sto quindi parlando di Raul Cremona come di Anna Maria Barbera, di Anthony Jeselnik come di Sarah Silverman, del blog di Luca Bottura, delle vignette di Ghisberto e dei libri di Marina Cuollo. Alcuni sono bravi e altri fanno cacare a spruzzo? Sticazzi. Sempre comedian che provano a far ridere qualcuno sono, e anche se non fanno ridere noi, qualcuno lo fanno (o l’hanno fatto) ridere.

Sapete cosa fa un comico “nell’esercizio delle sue funzioni”? Produce fiction, narrando o descrivendo eventi immaginari o romanzati, oppure commenta qualche notizia o fatto usando tecniche come il paradosso, l’ironia e via dicendo. Nel primo caso l’evento narrato non è proprio mai successo, nel secondo è successo ma, converrete con me, non è stato causato dal comico. Questo a meno che, ovviamente, non ci sia una reale componente autobiografica, come avverrebbe per esempio se Grillo facesse una battuta sulla prudenza alla guida: “la vita è una tempesta, ma essere incriminati per omicidio plurimo colposo è un lampo”*.

Non ci è sempre dato di sapere se quel che viene disegnato, detto o scritto rappresenti (e in che misura lo rappresenti) il pensiero del comedian. L’opera (o la performance) sono un’espressione estetica, artistica, che può eventualmente contenere commenti o riflessioni personali, magari nascoste da qualche parte nel testo. Alcuni comici lo specificano espressamente nell’opera, in altri casi si può evincere dal ragionamento che emerge dal testo, dalle immagini o dalla recitazione, altre volte la cosa rimane ambigua: può piacere una cosa, può piacerne un’altra, ma in ogni caso l’opera o la performance sono cose diverse dall’essere umano che ha prodotto quell’espresione artistica.

I vecchi monologhi di Raul Cremona nei panni di Omen erano decisamente sessisti**, ma questo non significa che Raul Cremona sia sessista nella vita reale: se lo pensate vuol dire che siete come quei decerebrati che attaccavano Jack Gleeson per il personaggio di Joffrey Baratheon, odiando la persona per colpa del personaggio. Perché Omen e Oronzo sul palco, con le loro battute maschiliste o i trucchi da imbonitore, non sono il Raul Cremona che fa spettacoli gratuiti per la lotta al tumore al seno e partecipa agli eventi del CICAP.

Altrimenti dovremmo anche supporre che Bonnie McFarlane sia una psicopatica razzista che odia la propria sorella con problemi cognitivi, che Emo Phillips sia inspiegabilmente e impunemente a piede libero nonostante abbia ripetutamente e minuziosamente descritto i propri omicidi e le proprie tendenze necrofile e pedofile e che Louis CK sia una specie di stramboide pervertito che estrae il pene in faccia alla gente quando non dovrebbe. Oh, ok, l’ultimo esempio era sbagliato. Le eccezioni esistono.

“Aspetta, Benny, ma ci stai dicendo che Ghisberto non è razzista?”
No, sto dicendo che anche se molte delle sue vignette sono sicuramente razziste, non possiamo sapere per certo se Ghisberto è un razzista di merda purosangue o se semplicemente cavalca il gusto del suo pubblico; e anche se lo fosse, una cosa sono le sue opere e una cosa è lui come persona. Possiamo criticare le sue opere, il suo lavoro, ma in generale non dovremmo odiarlo, né tantomeno offenderlo o minacciarlo per quello che scrive. Ci sono già le vendite e la legge, a giudicarlo in quel senso. E Selvaggia Lucarelli. Volete essere Selvaggia Lucarelli? Ok, in questo caso il problema non è relativo ai comici, smettete di leggere e cercate un terapista, magari bravo.

“72 virgins can never stop a war
But 100, 000 hookers can beat the Marine Corps
And stopping hatred, fighting will cease
When everyone is getting blowjobs
That’s when we’ll finally have world peace”
(Nofx – 72 Hookers)

Secondo punto: ogni opera può essere oggettivamente descritta in molti modi, avendo un minimo di strumenti tecnici. Può fare satira dal basso verso l’alto, può deridere le vittime di una strage senza pietà, può usare il black humor più feroce, può cercare di far ridere giocando sui luoghi comuni o su qualsiasi -ismo, come può provare a far riflettere in mezzo a un fiume di freddure. Questo però non determina la “bontà” dell’opera, o almeno non lo fa in assoluto, determina invece se quell’opera ci piace o meno a seconda dei nostri gusti. È legittimo che una cosa ci piaccia o non ci piaccia e, parimenti, è nostro diritto dirlo.

Qui ci sarebbe da chiarire un punto sulla coerenza e sul fruire consapevolmente della comicità. Se a me non piace lo sketch della Finocchiaro, dovrei essere in grado di dire perché non mi piace. Per esempio, a me non piacciono le generalizzazioni e raramente una battuta che stigmatizza una categoria (in quanto tale) anziché un comportamento (anche se specifico di una categoria) riesce a farmi ridere, e preferisco generalmente le battute o le routine che tentano di far riflettere usando approcci “laterali”. Questo ha fatto sì, per esempio, che – nonostante l’approccio un po’ piagnucoloso – io abbia trovato buona la parte sull’invisibilità delle sessantenni, molto gradevole la parte dello sketch della donna invisibile sui due maschilisti al bar (vendetta contro un carnefice, non ho riso ma ho goduto), non divertente quella sui bambini (perché non percepisco “l’uomo” come carnefice a priori, lo diventa solo se compie atti che lo rendono tale ed evidentemente non riesco a capire se c’è un sottotesto e quale questo sia), e decisamente brutta quella sullo spogliatoio (non tanto per il voyeurismo o la “lesione della privacy” degli atleti, ma proprio perché lo trovo uno sketch insipido che sarebbe stato già vecchio negli anni ’90). Non ho riso molto, ma per un secondo ho pensato a Pippo Franco e lo sketch è diventato immediatamente più gradevole.

Questo ovviamente è il mio gusto personale. Non mi sognerei mai di dire che Angela Finocchiaro debba essere punita, condannata o censurata da chiunque, e condanno fermamente qualsiasi gogna l’abbia vista protagonista. Un comico, oltre al fatto che può essere giustamente criticato, ha già due limiti enormi: se fa cacare perde pubblico, se esagera e infrange la legge viene condannato. Direi che è sufficiente e civile, a differenza della folla inferocita, reale o virtuale, che con fiaccole, forconi e segnalazioni cerca di tappare la bocca ad un artista. O, quantomeno, se la vostra opinione è che sia un vostro diritto far smettere di parlare qualcuno perché ha fatto una battuta che non vi è piaciuta, la prossima volta riflettete un secondo in più prima di aderire all’hashtag #jesuisqualcosa, che fate più bella figura. E, soprattutto, mettetevi l’animo in pace perché no, pretendere che qualcuno venga zittito perché non vi piace non è un vostro diritto, anzi, è una cosa decisamente fascistella – e lo è anche se ce l’avete con Marione anziché con la Finocchiaro –  mentre è un diritto del comico dire il cazzo che gli pare (nei limiti espressi poc’anzi), anche se vi indigna. Oh, l’indignazione. Ci arrivo, ci arrivo.

Ve lo ricordate Alfred Hawthorn Hill, meglio noto come Benny Hill? Era sessista, no? Se vi piaceva e vi piacciono ancora le scenette di Benny Hill, la scena delle docce della Finocchiaro non dovrebbe avervi infastidito: non fa niente di diverso da quello che faceva il vecchio Alfred quando sbirciava sotto le gonne. Se vi piacciono i monologhi in cui una donna viene sbeffeggiata per comportamenti violenti (magari solo psicologicamente), la scena del bar dovrebbe essere ok, è una “legittima vendetta” (in fiction) contro un sopruso. Se vi piacciono i passaggi un po’ malinconici nei monologhi di Panariello o Brignano, dovrebbe esservi piaciuta la parte iniziale sulle donne che spariscono***, e se per voi è divertente quando un comico dice di una qualsiasi categoria (dagli asiatici, agli omosessuali, alle donne) che è composta da gente “tutta in un certo modo”, la battuta finale dello sketch dovrebbe essere un gioiellino o, quantomeno, non dovrebbe farvi girare le palle. Cioè: se un comico dice “le donne sono tutte cagne”, qualcuno protesta e voi dite “e fattela ‘na risata”, se vi incazzate per lo sketch della Finocchiaro siete quantomeno incoerenti, che non è niente di grave, succede a tutti, però sapevatelo. E, soprattutto, “fatevela ‘na risata, no?” (meta-cit.)

Vale, ovviamente, anche al contrario. Se vi piace la battuta sugli uomini tutti stronzi, vi dovrebbe andar bene anche una battuta sulle donne tutte stronze. Ho citato Raul Cremona per un motivo: con Angela Finocchiaro aveva dato vita a un celebre duetto “misoginia contro misandria” in cui Omen e Women si scambiano battutacce su luoghi comuni e idiosincrasie dell’altro sesso****. Se, al di là della forma, parlando solo delle battute, uno dei due vi piace e l’altro no, c’è qualcosa che non va, perché i due monologhi sono (volutamente) assolutamente simili nello stile e sessisti allo stesso modo. Cioè: non è che siete sbagliati, capita a tutti, l’importante è sapere che alcune battute vi piacciono o meno a seconda della categoria bersagliata.

“Could you imagine a politician calling a woman a dog?
Do you wanna stay in the kitchen?
Is that where you belong?”
(Pussy Riot – Make America Great Again)

Al di là di questa parentesi sui gusti più o meno coerenti, o più o meno orientati verso comicità semplice, o crudele, o politicamente scorretta, che spero sia ormai chiaro che sono DEI CAZZO DI GUSTI PERSONALI, c’è un ultimo passaggio importante, ossia l’indignazione. Che, come dicevo, non è un diritto.

Vi faccio uno schema.

Di fronte a un’opera o una performance (che va dalla singola battuta a una trilogia di film) che vi ha fatto schifo al cazzo avete il diritto di:
• Criticarla, anche ferocemente.
• Smettere di seguire l’autore e boicottare i suoi prodotti o spettacoli.
• Denunciare l’autore alle autorità competenti se ha infranto qualche legge.

Non avete, invece, il diritto di:
• Offendere, minacciare o aggredire l’autore (che sono proprio reati, fra le altre cose).
• Pretendere che quell’autore non si esprima più.

Và che non è difficile. Se una cosa vi offende, potete dire che non vi piace e potete smettere di guardarla, leggerla o ascoltarla. Se è anche contro la legge, potete denunciare l’autore. Basta. Tutto il resto è una vostra sega mentale in cui avete deciso che il vostro gusto personale è e deve essere il metro di giudizio di tutti gli altri, fino al punto in cui se una cosa vi disturba troppo dev’essere cancellata o proibita. La cattiva notizia è che per fortuna non è così, e continuerete a non contare un cazzo nell’economia dell’universo. La buona è che, se vi trovate bene a vivere così, siete pronti per unirvi a qualche allegro gruppo organizzato che su queste cose ci campa, come la chiesa cattolica, un partito neonazista o il CODACONS.

In ogni caso, fatevela ‘na risata. No?

[Benito Karimov]

* se questa battuta vi fa storcere il naso, avete ragione: mi sono accanito contro qualcuno che, in realtà, ha già pagato per una propria colpa. È una battuta stronza, sì. Ma ha comunque ucciso meno gente di un comico su uno Chevrolet K5 Blazer. Ops, di nuovo. Ok, cambio argomento, che qui siamo su un terreno scivoloso. Come disse Beppe Grillo imboccando lo sterrato. Cazzo, avete visto quanto è facile?

** Lo sketch di Omen era del tipo “svelo il trucco alla fine”: il suo personaggio maschilista, arrogante e vessatore, alla fine di ogni pezzo veniva “rimesso in riga” dalla moglie, dimostrando di essere succube e sottomesso. Non è la più originale delle uscite, ma aveva il pregio di ammorbidire parecchio la misoginia del monologo.

*** Il paragone è forzato, in realtà, perché “le sessantenni che spariscono” contiene una forte denuncia sociale sulla condizione della donna e soprattutto della donna entrata nella terza età, i pipponi di Brignano e Panariello, al di là delle similitudini a livello di tono, sono solitamente privi di messaggi sociali, mirano solo a compiacere emotivamente il pubblico.

**** In realtà a me Zelig (e quel tipo di comedy in generale) proprio non piace: per me la battuta migliore di tutto lo sketch di Omen e Women la fa la Mannino quando, mentre i due protagonisti vengono alle mani, li divide dicendo “non siamo a Ballarò”. Fra parentesi, notate come mentre il personaggio di Omen veniva puntualmente chiamato dalla moglie e “rimesso in riga”, il personaggio della Finocchiaro non aveva il “ribaltamento” (che avrebbe scatenato polemiche: immaginate la donna che riceve una telefonata e dice “sì, caro; scusa, caro; torno subito in cucina”). Giusto? Sbagliato? Chissene, questo non sta a voi giudicarlo. Pensate invece se vi piace o no, ditelo liberamente e, se non vi piace, cambiate comico. O, come ho già detto, smettetela di seguire i comici. Easy.

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