Me ne sbatto il cazzo.

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Sul tavolino marrone scuro su cui si trova il pc sul quale ticchetto c’è un libro. Il tavolino è piccolo e basso, l’onnipresente Lack; sono sicuro che anche tu ne hai uno, dì la verità. Il libro s’intitola “L’abuso sessuale sui minori”, ed è uno dei testi di studio della mia fidanzata, che è una di quelle che per lavoro cercano di capire cosa passa nel capo a certa gente, certe volte.

È un bel po’ che non scrivo. Tanto, troppo. E anche stamani non è che mi sia svegliato e, dopo la sacra triade caffè-cicchino-cesso l’illuminazione letteraria sia scesa su di me tipo spirito santo o cose del genere. Neanche ci pensavo, a dire la verità, neanche lontanamente. Poi però mi sono seduto davanti al pc, di fronte al tavolino suddetto, e cazzo: quella copertina, quel titolo, hanno smosso qualcosa. Non che qualche reminiscenza sia riaffiorata, intendiamoci; non è che come per miracolo mi siano tornati in mente lugubri episodi del mio passato. No: peggio. Perché a riaffiorare, tipo pinna di squalo sanguinario e feroce, sono stati e sono tuttora episodi del mio presente.

 

Parlando sommariamente di quelle robe con la mia fidanzata, infatti, lei mi spiegava quali sono i meccanismi di difesa che la mente può attuare di fronte a roba enorme ed infima come le molestie e gli abusi, soprattutto una mente giovane, una mente bambina. Tra esse, tra queste armi difensive che difendono il giusto, c’è qualcosa che, mi pare, lei abbia definito: “Meccanismo dissociativo”. Che è poi una cosa che anche in qualche film o serie abbiamo più o meno sentito dire, no? Esatto. È quella faccenda per cui, mentre subisci qualcosa di esageratamente maledetto, la tua mente spegne l’interruttore. E quello che succede, quello che ti fanno, succede a te, lo fanno a te; ma in qualche maniera, il tuo cervello ti dice che quel “te” non sei tu, non proprio almeno, e così via. Sei tu ma tu sei un’altra persona. Perché è come se tu rovesciassi una valanga di merda in un secchiello da spiaggia; impossibile che il secchiello regga.

Ci ho un po’ pensato a questa storia. Un po’ tanto, come al solito. Perché credetemi, è dura per uno come me mettersi a riflettere su se stesso e sui motivi per cui, almeno così mi sento, non c’ho più un cazzo da dire, da scrivere. Durissima. Durissima storia quella che uno si deve raccontare per trovare una veste un po’ più decente alla parola: “Sconfitta”. E, forse, anche quello che sto scrivendo altro non è che uno sfogo, amaro, o un tentativo di alibi che, come si sa, se fallisce diventa prova a carico. Una colpa in più da portare sul groppone.

Non è che abbia chiuso gli occhi e le orecchie e la pancia. Mi sforzo, mi impegno a seguire quello che mi succede intorno. Fare un elenco di tutto ciò che è successo, che succede e che, molto plausibilmente, succederà; esercizio inutile, verboso, superfluo. Un decadimento politico, sociale, morale, intellettuale continuo e miserevole. Basta aprire la finestra di casa per notare qualcosa che ci fa smadonnare come un contadino quando non piove. Un vuoto pieno di robaccia insulsa, da far vomitare, tra razzismo merdoso, economia a picco, figure di cacca non solo giustificate ma quasi mattoncini di nuovi status da borghesia emergente da pozzi neri.

Mi ci sono incazzato tanto per queste cose. Ho cercato di combattere, coi miei mezzi, pochi, e con le mie idee, ancora meno. Ho versato fiumi e fiumi di inchiostro, prima a piombo e poi digitale, per berciare con tutte le mie forze: oh, gente, ma cosa cazzo sta succedendo? Ho discusso con tanta gente e, cavolo, ho perso persino degli amici per queste faccende qua. Sono stato ripreso da alcuni che mi vogliono bene, secondo i quali sbagliavo ad espormi in modo così netto. E a dire così tante parolacce, ad offendere le persone. Sono stato addirittura apostrofato come “violento”: tu, mi hanno detto, in questo modo favorisci la radicalizzazione. Io che favorisco una parola così ricca di sillabe per gente così becera, rendiamoci conto.

E poi, però, è successo qualcosa. Non ricordo come sia successo, né quando. Non so neanche dire se sia stato un momento preciso, un evento, un episodio, o se sia capitato e basta. Ed è una delle sconfitte più cocenti della mia storia, della mia vita: me ne sbatto il cazzo.

Porca miseria, ve lo giuro. Leggo, ascolto, guardo cose che farebbero venire un ribrezzo atavico anche al più stolto tra gli stolti; roba di quotidiana, misera vita italica. E non me ne frega un cazzo. E se fino a qualche tempo fa questo mio sorvolare mi avrebbe fatto incazzare solo per il fatto stesso di succedere a me, ehi, ragazzi: adesso non me ne frega più nulla neanche di questo. Me ne sbatto totalmente i coglioni anche del fatto che me ne sbatto i coglioni, non so se riesco a spiegarmi. E maledizione, vorrei arrabbiarmi, vorrei sentirmi deluso da me stesso, sconfitto, vorrei deridermi; vorrei accostarmi a quello stuolo di ignavi, di indifferenti che formano il plotone dei coglioni che ho sempre combattuto. Invece no, neanche questo riesco a fare. Neanche confessare provoca una qualche reazione intellettuale: zero. Spero che qualcuno tra voi che legge mi offenda, mi infami, mi pigli a schiaffoni (solo metaforici, teste di cazzo) per vedere se succede qualcosa.

Perché non mi sento abusato sessualmente. Sì, ok, ci starebbe il paragone con una violenza per lo più anale in tutto questo. Ma quello che sto vivendo, il momento, non credo sia così dissonante rispetto a quel “meccanismo dissociativo” di cui si parlava prima. Vedo cosa succede, lo sento, ma è come se non capitasse a me. O per lo meno, “anche a me”. È come se dicessi: fate, fate, la cosa non mi riguarda. E invece lo so che mi riguarda, che ogni decisione di merda di questa gente di merda mi riguarda in prima persona, che lo fanno a ME, a noi, non a un me altro: proprio a me, diosanto. Ma niente. Non succede niente. Mi difendo così, probabilmente, come un bambino in un angolo buio della sua cameretta che diventa chissà come antro dell’orco; come un secchiello da spiaggia che vede arrivare una valanga di merda e allora pensa di essere il mare.

Insomma. Non so cosa sia questa cosa che ho scritto. Una confessione, forse. Uno sfogo. Un tentativo di alibi, fallito in partenza. Una giustificazione. C’è questo tavolino Lack che ondeggia mentre scrivo, perché sbatto in modo forsennato le mie povere dita su questi poveri tasti. Forse, queste poche o troppe righe possono far capire a quel me, che poi sono sempre io, e anche a qualcun altro, che sente questo stesso mio non sentire, che è tempo di riappropriarsi di un elemento fondante dell’essere, anche dell’essere umano: la rabbia.

[Gianni Somigli]

 

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