Il libro nel salone

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La casa editrice fascista Altaforte estromessa dal Salone del libro, polemiche.

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Ovviamente le polemiche arrivano dai fascisti e dalla parte più critica dei democratici: “La sinistra vuol chiudere la bocca alla destra perché non ha idee per rispondere”.

In realtà le risposte arrivano quotidianamente e non solo da una sinistra che non c’è, ma anche e soprattutto da persone e personaggi ricchissimi di ragioni scientifiche, civili ed umane, ancor prima che di argomenti e di idee. Ma tutto ciò, ovviamente, non arriva, perché quella che vine lagnata come “censura” delle idee del fascismo e dei suoi rappresentanti (che attualmente si chiama legge), è in effetti un tentativo civile di rispondere alla guerra mediatica che il fascismo populista sta stravincendo attraverso i social.

E c’è cecità, perché si pensa che le condanne ad un Facebook che ha dirottato le elezioni americane nulla abbiano a che fare con ciò che succede qui, con i marò, con i negri da 50 euro al giorno, con le pistole in tasca ai cittadini, con il crollo economico, con le aggressioni impunite, con le devianze delle forze dell’ordine, con “allora il PD”, con il trionfo dell’ignoranza, con i linciaggi alla Boldrini, alla Kyenge e a qualsiasi stronzo che sia stato accusato dal tribunale di Whatsapp di qualsiasi fantasioso reato; si pensa che tutto sia normale così, e che per il principio democratico si debba accettare la ricostituzione di un fascismo “nuovo”, un fascismo che non si vergogna di utilizzare tecnologie straniere per reprimere lo straniero, o il conterraneo traditore, come se davvero l’abolizione delle libertà personali e civili su basi dittatoriali possa essere solo un’idea da rispettare tanto quanto il benessere derivante dall’abbracciare gli alberi, o al peggio dell’ananas sulla pizza.

Ho ricevuto la mia prima educazione non tanto negli anni ottanta quanto dagli anni ottanta, e mi girano in testa concetti morali come: “se fai come loro non sei meglio di loro” e “dalla violenza non nasce nulla di buono, nemmeno se fatto in nome della giustizia”, quindi in effetti censurare i promotori della censura non si addice al tipo di educazione ricevuta, e certamente ribattere a idee criminali con idee civili è senza dubbio una strada più corretta ma. MA. Ma quelle idee le abbiamo provate e abbiamo decretato a caro prezzo che trattasi di idee (e quindi atti) criminali, come uccidere, violentare e rubare, robe della cui esistenza si può parlare, ma che non si possono promuovere, perché ci siamo già passati e non possiamo ricominciare ogni volta che si alza qualcuno che non ha capito e che non vuol capire. Così come accade per i vaccini, e per ogni altra cosa che abbiamo già provato e comprovato.

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Inoltre è davvero ridicolo parlare di censura per una casa editrice la cui stessa esistenza è prova delle libertà presenti, le stesse, buffamente, che i titolari della stessa vorrebbero ridurre drasticamente. Questo poi in un contesto in cui la censura esiste e colpisce anche discretamente difendendo però più spesso residui valori di “dio, patria, famiglia” e una fantomatica morale dal sapore di ostia scaduta e camicie troppo inamidate.

La questione ritorna poi sulla potenza comunicativa, il suono potente che si diffonde oltre ogni contenuto, l’urlo scimmiesco che risuona in ogni orecchio, il “ding!” della notifica di ogni telefono di ogni cittadino, un boato incessante in cui si disperde la pacata risposta civile di qualsivoglia entità. Questa è la nuova arma della propaganda, più efficace dei fucili che la Lega aveva preparato e che non ha mai dovuto usare per invadere l’Italia. E non c’è verso che nell’intimo del rapporto con il proprio telefono o con sé stessi, la ragione possa trionfare sull’irrazionalità, non c’è verso che alla pletora di informazioni false o capziose possa prevalere la moderata e smentita.

Questo è il potere, come fu il potere delle armi durante il ventennio fascista, ma allora gli anni ottanta ancora non c’erano stati e la gente usò la forza contro forza per sconfiggere il male. Oggi, se non vogliamo nemmeno condannare idealmente e culturalmente il fascismo, come possiamo contrastare il possibile (se non già probabile) ritorno di tale stato d’inciviltà?

Il tempo magari ci convincerà di quanto fossero disonesti quelli che gridavano “onestà”, di quanto siano ladri quelli che urlavano “Roma ladrona” e di quanto siano fascisti quelli che inneggiano “eia eia, alalà”, ma al momento persino le falsità palesate, i furti condannati dalla giustizia e le manifestazioni dichiaratamente fasciste nulla valgono di fronte alle quelle urla assordanti. E anche quando dovessimo rendercene conto, dovremo lottare, ma come?

Che devo dire, oggi, contro questa valanga di merda nel telefono, possiamo mettere un libro nel salone, un libro per aiutarci a tenere fuori la testa quando saremo sommersi, quel tanto che basta per capire quanto male stiamo morendo, mentre magari ci caghiamo un po’ addosso, insieme a gli altri.

Si vis pacem para bellum.

[D.C.]

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