Una questione d’amore.

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Una riflessione patriotticamente progressita di Marco Cocci.

È innegabile che di questi tempi il tema delle “identità” sia tornato prepotentemente ad affacciarsi nel dibattito pubblico. Cosa stabilisce la nostra identità? Chi siamo? Cosa siamo? Chi siamo noi e quindi chi sono gli altri? Sono tutte domande lecitissime, un campo di ricerca antico quanto la nascita dei primi embrioni sociali, che a seconda delle ere e dei periodi storici ha trovato risposte diverse in luoghi diversi.

Per i Greci esistevano i Greci, coloro che parlavano una lingua greca, ed i Barbari, coloro che balbettavano non sapendo parlare tale idioma. I romani dividevano il mondo in “cives”, cittadini romani a tutto tondo, e peregrini, coloro che ancora non avevano acquistato la cittadinanza, rendendo la legge e lo status uno dei perni della propria identità, cieca dinnanzi a differenze di credo, etniche od estetiche. Il Medioevo rende il concetto di identità ancora più vasto ed universale: i cristiani, coloro che sono battezzati, coloro che sono sudditi dei due grandi poteri universali, ed i pagani, gli infedeli, gli eretici, coloro che sono lontani dalla vera fede e dal suo ordine cosmico. La fratturazione del cristianesimo porta alla nascita di altre identità: i cattolici, i protestanti, i luterani, gli anglicani, i puritani, i calvinisti, gli anabattisti, rendendo la fede il principale pilastro identitario di quel tumultuoso periodo che va dalla metà del ‘500 alla metà del ‘600. Il settecento fa nascere altre identità ancora, identità per somiglianza intellettuale ed elitismo culturale tipica dei philosophes, in cui il culto della ragione influisce sull’identità quanto il classismo ed i primi accenni del razzismo. La fine del settecento porta ancora avanti questo concetto di identità creando con Rousseau un concetto identitario veramente universale, gli uomini, l’umanità, identica per doveri e diritti. L’ottocento elabora, elabora ancora, valuta la comunanza culturale, la lingua, gli usi, la fede e costumi, l’identità inizia a basarsi sul concetto di Nazione, un gruppo sociale i cui membri si riconoscono simili tra loro e diversi dagli altri. E ancora il novecento, in cui il razzismo si fonde al nazionalismo, in cui l’umanità si divide e si riconosce in razze, con interessi divergenti, contrastanti, ognuna necessitante di un posto al sole a discapito delle altre, in cui devono esistere delle gerarchie. Con tutto l’orrore che questo ha comportato.

Ovviamente, mi sono limitato a presentare le identità più “grandi” elaborate nei diversi secoli. Esistono anche altre identità che si inframezzano all’interno dei macro insiemi che ho presentato. Identità di classe: i contadini sanno di essere contadini, i guerrieri sanno di essere guerrieri e sanno di avere diritti e doveri diversi dal clero. Identità filosofiche, quali l’aderenza ad una scuola di principi rispetto ad un’altra. L’identità localistica, o la convinzione di essere un abitante sì della Francia, dell’Italia, dell’Inghilterra, ma in particolare di una specifica città, quartiere, parrocchia o villaggio. Ed ovviamente, ci sono le identità politiche, quelle regionali, le sottoculture. L’umanità ha questa grande forza di riconoscere, anche negandola, il valore infinito delle sfaccettature. Siamo tutti più cose, anche se magari amiamo nasconderci dietro lo stendardo di una singola definizione.

C’è però un fatto, che dobbiamo tenere a mente. Nella costruzione di una identità si fanno ovviamente delle scelte, anche inconsapevoli: esistono elementi a cui diamo più peso di altri nel definirci e nel definire gli altri come più o meno simili a noi. Personalmente, e non né ho mai fatto un mistero, il mio ideale nel costruire la mia identità è quella del nazionalismo romantico. Chi vedo come mio simile e perché? Sicuramente, può sembrare banale ma ha una grande importanza, chi parla la mia lingua. Perché anche condividere un linguaggio significa anche condividere un medesimo immaginario concettuale ed intellettuale che dà forma a tale linguaggio. La cultura è rilevante ugualmente: l’attingere allo stesso immaginario di idee, storie, forme, arte, estetica, accomuna gli individui. Idee politiche e situazione economica, perché una persona che ha le mie stesse idee politiche e vive in una condizione socio-economica simile alla mia presumibilmente può capire bene come mi possa sentire io e di conseguenza io stesso posso capire bene come si senta lui. Infine, un altro elemento banale, ma forse il più importante: la familiarità. Una persona con cui nasco, cresco, invecchio e muoio la considero istintivamente mia simile perché con essa ho condiviso la vita. E questo ovviamente ha delle ripercussioni forti che mi portano magari a vedere un ragazzino nero, nato e cresciuto con me, che fa il mio stesso lavoro, parla la mia lingua, del mio paese e con idee politiche simili alle mie, mio compagno e compatriota più di quanto potrei fare con un mio eventuale parente italo americano, liberale all’americana, che non parla italiano se non scimmiottandolo e che ho visto solo un paio di volte in vita mia.

C’è un altro fatto da tenere a mente: l’esclusività. Viviamo in un periodo di assoluti. La mia domanda è: perché devo essere esclusivista? Chi lo dice che io debba avere una sola identità? Io posso ritenermi Aretino, ma questo inficia sulle mie possibilità di sentirmi Italiano o Europeo? Assolutamente no. Le identità possono convivere assieme in uno stesso individuo ed essere usate al momento opportuno e nel contesto più congeniale. Se devo “ruzzare” con un fiorentino, scherzando su guelfi e ghibellini, allora tirerò fuori la mia identità da “botolo ringhioso” dantesco. Se devo discutere con un mio amico Siciliano o con uno Bergamasco, lo farò da Italiano, perché è la medesima identità che condividiamo. Se un domani mi ritrovo a colloquiare con persone tedesche, polacche, inglesi o spagnole, tirerò fuori la nostra comune identità Europea. E così via.

Ora, il nostro tempo inizia a presentare un grosso problema identitario. Viviamo in un periodo in cui l’identità ETNICA, intesa anche come appartenenza ad un determinato gruppo solo sulla base di determinate caratteristiche somatiche, torna alla ribalta. Gli Italiani non sono più coloro che parlano italiano, i cittadini italiani, coloro che sono culturalmente italiani e nati e cresciuti in Italia. Sono solo gli italiani di sangue. Medesimo discorsi valgono anche per UK, per USA, per la Francia, per la Germania. Questo succede per vari motivi: la destra non ha mai rinunciato ad esercitare un’egemonia su questi temi: il conservatorismo politico si scinde raramente dall’etno-nazionalismo. La sinistra si, ci ha rinunciato, dopo aver dato ironicamente il via al fenomeno. Il Nazionalismo Romantico, Civico, quella lotta che pretendeva che il potere politico in una nazione fosse espressione del volere della sua cittadinanza e non del Re (potere della Nazione intesa come comunità di individui, questo è quello che vuole dire originariamente Nazionalismo) nasce a Sinistra, in Italia con Mazzini e con Garibaldi. Durante la resistenza le brigate comuniste si chiamano Brigate Garibaldi e non si fanno remore a sfoggiare il tricolore, così come non si fa remore a sfoggiarlo ed a dichiararsi fieramente nazionalista il Partito d’Azione, uno dei più feroci partiti Europeisti della storia italiana. Non credo nessuno possa accusare il PCI o il PdA di essere partiti simil fascisti!

Eppure, nonostante questa gloriosa egemonia storica sul concetto di nazione ed identità nazionale, le forze progressiste progressivamente hanno lasciato questi temi relegandoli all’alveolo di “mera propaganda nostalgica del ventennio”. E gli effetti li sentiamo tutti ora. Se c’è una delle più grandi ed infamanti accuse che le destre conservatrici fanno nei confronti di partiti Comunisti, Social-democratici o Liberal-Progressisti è quella di essere anti-Italiani, di essere contro la Nazione Italiana e di conseguenza contro il suo popolo. Lo dobbiamo ammettere, è anche colpa nostra. Parlare di nazione, di amor patrio è quasi diventato un tabù, una manifestazione di gretto provincialismo da Lumpenproletariat che non si vuole aprire alle meraviglie della globalizzazione. Ma anche no.

Quello che dovremmo fare amici miei, in questi tempi così bui, in cui l’identità ritorna un tema caldo, vitale, un pilastro del dibattito pubblico, è tentare di riappropriarcene. Nostro compito è quello di far tornare a capire che essere progressista non significa odiare il proprio paese per cercare di attenersi alle mode di un cosmopolitismo borghese vago ed anemico, ma significa amarlo nella maniera più profonda, completa ed esaustiva che l’uomo possa concepire. Riappropriarsi di questi temi, di queste bandiere, significa far capire all’Italia e agli italiani che è lecito e doveroso essere italiani, ma che si può essere anche fieri cittadini delle proprie regioni/città, ma anche cittadini di una realtà continentale quale l’Europa. Significa far capire che l’amore per la patria non deriva da vaghi legami di sangue, ma nasce dall’amore per il suo territorio, per la sua storia, per la sua cultura, e che quindi un ragazzo che magari ha tratti somatici diversi, ma che è nato, cresciuto e si è istruito qui, può maturare più amore per questo suolo patrio (a cui appartiene come italiano) di quanto non possa fare un lontano parente convinto che la panna sulla carbonara sia una valida scelta culinaria. Perché questo, questo amore filiale così intenso e completo, LORO, i conservatori, i reazionari, i fascisti, all’Italia non possono darlo. Noi sì.

[Marco Cocci]

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3 comments

    1. Ma dai, chi si rivede! Jean Paul “bevipiscio” Vanoli! Come va con il pericolosissimo monossido di diidrogeno? Non ti hanno ancora messo al gabbio per truffa ed esercizio abusivo della professione medica? E tutte le querele che ci minacciavi di intentare, che non ne ho vista una? Mi dispiace solo per tua moglie, che probabilmente poveretta è morta soffrendo a causa delle tue miracolose “cure”, quelle che le avevano “fatto tornare il ciclo dopo anni di menopausa”, a sentire te. Dovresti nasconderti in un buco bello profondo, invece con la tua faccia da **** ti fai ancora vedere in giro. Perfino lo squallore si rifiuta di essere accostato a te.

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