Disragionamento antiumano.

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Cazzo se fa male sedersi davanti a un pc e scrivere quello che passa per la testa, qualche volta. Fa male, un male quasi fisico: lo avverti chiaramente. Cerchi di convincerti che non sia così, e frughi tra le tue etichette mentali in cerca di qualcosa in grado di farti sentire un po’ meglio, forse: “malessere”, “fastidio”. Invece no, col cazzo. È proprio male.

Succede, quando ti senti così frastornato da credere di aver perso la presa su ciò che chiamavi: orientamento. Ed è una situazione del cazzo, proprio una situazione del cazzo. Almeno se ti ostini a vedere le cose secondo le tue solite, stantie categorie. Il paradigma che ti vuole nell’agone, nella mischia, parte in causa. Per chi suona la campana e tutto il resto, sapete.

Ecco, cosa fa male: costringersi, costringere se stessi, a non sentire più quel rintocco. A relegarlo in un angolo buio della coscienza, tentare di assumere una posizione terza; qualcosa che ha più a che fare con Dio per come ce lo hanno raccontato che con gli uomini.

Fa male. Ma è forse l’unico modo per provare a ritrovare un minimo di dignità intellettuale. Forse, è quel dolore che si sente nel confrontarsi con certi temi l’ultima zattera di salvataggio che disperatamente, affannosamente combatte la risacca. La deriva del Nulla mascherato da tutto, da totalitarietà.

Perché quello che mi spaventa di più, di questi tempi, non trovo altre parole per definirlo: totalitarismo. Dei più subdoli, però: un golpe che non ha bisogno di assalti al palazzo con le bombe a mano e i fucili e le pistole, perché questo golpe è un golpe silenzioso, infido, dilagante.

Il totalitarismo dell’opinione. La tirannia dell’opinione. Credo di essere arrivato a pensare che grandissima parte dei problemi con cui ci scontriamo in questi tempacci derivi proprio da questa nuova forma di approssimativo ed aggressivissimo schema sociale, che ha antropologicamente modificato la nostra modernità, amplificando le debolezze, le fragilità, le paure di persone che, almeno in teoria, avrebbero a disposizione molti più strumenti dei loro predecessori su questa Terra per essere felici, o almeno lavorare per esserlo.

È un inviluppo che ci ha investiti un po’ tutti, ammettiamolo, questa radicalizzazione ipertrofica dell’Io. Ci siamo lasciati prendere la mano. Anzi, le dita. Quelle che scorrono su schermi touch dai quali c’illudiamo di partecipare a ciò che succede nel mondo. C’è voluto poco a lasciarci trasformare in un gregge di autoeligendi Messia digitali che passano le proprie giornate a pontificare su stragi di ragazzi, massimi sistemi, economia mondiale, pompini nei bagni.

È questo l’estremismo con cui ci scontriamo. Le cause sono un miliardo e nessuna, credo: e comunque, ognuna di loro è banale in modo disarmante.

Il diritto di dire ciò che si pensa è diventato una prigione. Un dovere supposto a cui non ci si riesce più a sottrarre, e che potrebbe essere qualcosa di magnifico in una società di menti illuminate. Ma che in tempi come questi, tempi in cui l’ignoranza è diventata qualcosa di cui andare fieri come fosse un sigillo di garanzia di purezza d’animo, i risultati sono ben diversi.

Amara, questa presa di coscienza. Amara. Fa male, come fa male volersi fermare un attimo, fare il punto della situazione. Riorganizzare i pezzi dei propri coglioni infranti per capire cosa fare, come fare. Perché fare. Qual è l’azione da perseguire per arginare questo mare di merda, insomma. Sempre se ce n’è una. Sempre se ci interessa fare qualcosa.

Sono sempre stato convinto che l’unica risposta al totalitarismo sia una risposta altrettanto totalizzante, senza per questo lasciarsi travolgere allo stesso modo ma all’opposto.

E allora io dico che, di questi tempi, non avere un’opinione sta diventando un’arma di resistenza allo strapotere delle teste di cazzo che fondano il proprio strapotere non sull’opinione in quanto tale, ma sull’illusorio vomitare parole di persone che si scoprono ogni giorno di più vuote, represse, cattive.

Non è un fenomeno nuovo, intendiamoci. Non è “segno dei tempi”. Ne abbiamo già parlato molte volte: l’unico “segno dei tempi” può essere ravvisato nei social network e nella loro facilità di utilizzo, nell’accelerazione che hanno determinato in questi processi, soprattutto nella percezione di essa da parte di quelli che cercano di mantenere un filo di decenza intellettuale.

Velocità, superficialità. Non abbiamo più tempo per pensare, per mettere in discussione ciò che si pensa. Per “farci un’opinione”. Succede quindi che ne prendiamo una in prestito. Anzi: che ci illudiamo sia un nostro pensiero, e invece non lo è. È un filtro, uno di quei fogli trasparenti colorati, come quelli degli occhialini per il 3D, avete presente? Ok. Solo che quello che ci hanno fornito è un filtro color merda. La nostra osservazione del mondo non può quindi che far cagare.

Le cose succedono. Che noi lo vogliamo oppure no, che noi lo comprendiamo oppure no. Che siano dovute al caso, alla negligenza, al dolo, alla colpa. Al battito d’ala d’una farfalla o a un terremoto. Le cose succedono, ed è un dato statistico innegabile: nella stragrande maggioranza dei casi, le cose succedono agli altri. E non è mica un fattore da poco, questo. È un fattore che ci permette di levarci il merdoso ditino di culo per puntarlo su qualcuno, come fosse un fucile pronto all’esecuzione. Pensavamo di essere popolo, e invece siamo un plotone agl’ordini d’un comandante irragionevole, caotico, labile, che ci lascia poche, pochissime speranze di essere migliori di quello che siamo. Immagino sia superfluo fare un elenco degli episodi. Ce ne sono a decine, ogni giorno. Alcuni sono oggettivamente più “importanti” di altri. Coinvolgono maggiormente, ci emozionano, toccano alcune corde sensibili di un essere mediamente umano. Altri invece vengono definiti “virali”. Roba da rabbrividire, da far rizzare i peli sulle braccia dal ribrezzo.

Su ognuno di loro sentiamo un astruso dovere di astrazione, una compulsiva caccia all’episodio che confermi la nostra opinione su come vada il mondo. Ci hanno dato la libertà e guardate come ci siamo ridotti, cristosanto, col dito sulla folla che neanche il mitra di Scarface. Poi ogni tanto, raramente, ma capita, il nostro giro da ballerina ci porta a scontrarci con uno specchio: chiudere gli occhi per quell’istante è diventato così semplice. Ci hanno dato la libertà e ci hanno detto che non c’era bisogno di istruzioni per usarla. Che fessi, ci abbiamo creduto.

Non vedo altre vie. Non avere un’opinione è la mia arma di lotta. Sentirmi vuoto, certe volte, è un sollievo. L’unico modo che mi viene in mente per imparare qualcosa, per tentare, almeno, di essere un uomo migliore. Una pagina bianca, un attimo di tempo sospeso, una forma di resistenza dentro alla caverna in cui si muovono le ombre.

Lo so, mi rendo conto che anche quello che sto dicendo è un’opinione, in definitiva. E che è tutto quanto un paradosso del cazzo, probabilmente un disragionamento antiumano. Ma io lo so, che è un’opinione. Un’opinione sul non avere opinioni. Più discutibile di così.

[Gianni Somigli]

 

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