Lotta disarmata.

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È un casino, ragazzi. Io ve lo dico che è un casino. Non può essere altro che un casino quando ricorri sempre più spesso alla parola: ormai. Quando ormai nulla ti stupisce più. Quando ormai non ti scandalizzi per quello che viene detto, quasi sempre, o fatto, quasi mai. E in quel quasi c’è tutto un abisso, te ne rendi conto: ma ormai, appunto, ormai, lasci correre.

Qualche sera fa Marco, con davanti un fumante e piccante tegame di fagioli e salsicce davanti, mi dice: scrivi, cazzo! E poi aggiunge: io non so più che scrivere, ormai, mi verrebbe da riempire una pagina intera di bestemmie e infamate, quindi lascio stare. Mi ha quasi commosso la fiducia del CapoPapero nei miei confronti, come se io avessi, riguardo la gloriosa attualità che ci attanaglia le palle, argomenti altri da mettere nero su bianco. Spunti di riflessione, sagacità varie.

Io l’ho buttata sul ridere, lì per lì, anche perché la serata è scorsa via piacevolissima grazie ai più che rari riferimenti a quelle facce di merda che ci governano e ai loro provvedimenti da facce di merda. Non me la sono sentita di dire al CapoPapero: ehi, capo, siamo sulla stessa barca. Anzi, sullo stesso barcone che non viaggia, galleggia, sta fermo, immobile, incapace di spinte. Poi però ci siamo bevuti la terza o quarta birra rossa doppio malto (e nel posto dove ci trovavamo, le birre le portano a mezzelitrate, mica seghe) ed in effetti un’ideina in mente m’è venuta.

Un po’ come quella cosa che se i tempi son bui canteremo dei tempi bui, o come cavolo era, se non sappiamo più di cosa scrivere, scriveremo del fatto che non sappiamo più di cosa scrivere e dei motivi per cui.

La questione è molto più profonda di quanto si possa pensare e, forse, molto più decisiva di quanto potessero anche solo sperare i cialtroni che governano. Usando una brillante metafora che mi è appena venuta in mente, ma solo perché i gatti mi hanno svegliato prima delle sette di mattina, direi che ci hanno ridotti, ormai, ad un passo dal gettarci tra le braccia confortevoli della lotta disarmata.

Disarmata, proprio così. Almeno è quello che succede a chi vi scrive. Ed è una sensazione terrificante, angosciosa. Brutta. Che ogni giorno uno o più esponenti di questa merda si lascino andare a stronzate che prima avremmo giudicato clamorose e che invece adesso, ormai, non suscitano più nessun clamore. Quello che sbaglia i congiuntivi, quello che vuol fare fuori i tecnici, quello che vuol fare il ponte per giocarci sopra, quello che fa una legge che rende clandestini più o meno tutti, una manovra ai limiti del demenziale, i vaccini, i froci, i negri. Lo spread a 300. Il sindaco di Riace arrestato.

Pochi mesi e tutta questa montagna di immondizia, ammettiamolo, non ci scandalizza più. Non ti fa venire voglia di scrivere nel dettaglio come in realtà stanno le cose, il disegno che sta dietro la creazione del consenso, i meccanismi markettari e le logiche infami per la manipolazione di gente arrabbiata che neanche lo sapeva, di essere arrabbiata. Sempre le stesse parole, sempre gli stessi argomenti, sempre le stesse espressioni: ormai, ci siamo abituati. Ormai, ci siamo abituati?

No, mi dico: no. Non è possibile. Non possiamo farlo. Non è giusto che sia così. Anche se è ormai impossibile non notare che anche i sostenitori di questi mentecatti tendano alcuni alla dissociazione più o meno palese, più o meno morbida, più o meno imbarazzata; altri, invece, proseguono nel loro merdoso percorso di radicalizzazione del nulla.

Era ed è inevitabile che accada.

Questo elettorato è fatto di paglia, ed il fuoco che è capace di sprigionare è violento, incontrollabile, ma anche veloce ad esaurirsi. Ha quindi bisogno di un’alimentazione continua, ora dopo ora, minuto dopo minuto: non si deve lasciare il tempo alla fiamma di affievolirsi. Sia mai che qualcuno inizi a pensare che oh, ma questi ci stanno pigliando per il culo. O qualcosa di simile. Non è un caso se, pensando proprio a questi discorsi qui, mi è sempre venuta in mente la scena di Pulp Fiction in cui Jules e Vincent, sotto i dettami di Mister Wolf, ripuliscono la macchina dal sangue e dal cervello della testa fatta saltare per errore poco prima.

Vincent Vega dice: “In questo momento sono una macchina da corsa e tu mi stai spingendo al massimo. Ti sto soltanto dicendo: è pericolosissimo spingere al massimo una macchina da corsa. Tutto qua. Potrei esplodere”.

Jules risponde: “Oh! Stai per esplodere!”.

“Sì, sto per esplodere!”.

Jules dice: “E io sono un fungo atomico sterminatore figlio di puttana, figlio di puttana!”.

Non è che questa storia possa finire in molti modi. Può succedere che la paglia divampi in modo davvero incontrollabile. Ci sono già alcuni casi, preoccupanti in effetti, perché è un po’ come dire “libera tutti” questa politica qui, in cui si può più o meno uscire di casa e pestare il primo negretto immigrato che ti trovi davanti, o la prima coppia gay, in cui ogni provvedimento è più o meno mirato a salvaguardare chi ha intenzione di tirarlo in culo al prossimo.

La legittimazione è il problema più grave di questo governo. L’offerta di una sponda al minimalismo più intellettivo che intellettuale. Sempre finché non si parla di soldi: questo è il capitolo che inizia a subentrare, e che in realtà è ciò che conta davvero, l’unica cosa che conta davvero, e che davvero può rappresentare un pericolosissimo propellente. Perché fino a quando si ragiona di teoria (per modo di dire, dato che si parla di diritti o di argomenti che però ci riguardano nella maggior parte solo di striscio), alla fine della giornata abbiamo più o meno tutti un piatto di pasta da mangiare, un divano su cui sederci, una televisione da guardare. Ma se iniziano a traballare queste altre cose qui, che succederà?

Oppure può accadere che la paglia si spenga. Perché, cristosanto: anche reggere questo passo non è mica semplice. Andare sempre a mille all’ora, ogni giorno, ogni minuto, come una macchina da corsa spinta al massimo; credere a tutte le sparate contro tutto e tutti, addirittura il terrorismo mediatico dell’opposizione. Ma quale opposizione? Quale? Dove? Ah, quei cosini che annaspano, capito. Loro fanno terrorismo. Ok.

Una macchina da corsa spinta al massimo e nessun timore, anzi, sprezzo del ridicolo. E noialtri, che ci vantiamo di essere almeno un po’ differenti in quanto capaci di un minimo di ragionamento spicciolo, che ci troviamo a raccogliere i cocci dei nostri coglioni in frantumi per tentare di rimetterli insieme ed andare alla battaglia con le palle integre.

Non cediamo alle lusinghe effimere della lotta disarmata. Non facciamo come quei compagni che sbagliarono e però al contrario: sempre di errore si tratta. Non dobbiamo assolutamente indietreggiare, non dobbiamo lasciarci avvolgere tra le spire della Dittatura della Noia.

Smettiamola di martellarci il cazzo con l’autocritica sempre e comunque: sì, ok, è sinonimo di intelligenza, ma avete rotto i coglioni di cui si parlava prima. Avete rotto il cazzo con questa faccenda che qualsiasi cosa venga detta porta voti agli altri. È un’argomentazione che mi fa prudere le mani più di quegli eallorailpiddì che si muovono in branchi come lupi affamati. Non è vero. E se anche fosse parzialmente vero, che dobbiamo fare? Fare silenzio? Troppo comodo, cari miei. Forse c’è qualcuno che ogni tanto si lascia andare ed esagera, come il sottoscritto; qualcuno che la piglia sul personale e che sì, cade nel tranello al ribasso in questo gioco a scavarci la fossa. Che vi devo dire: attendo fiducioso che voialtri lucidissimi intellettuali, oltre ad illustrarci cosa e come non si deve fare o dire, ci sveliate cosa e come si può fare o dire. Mi raccomando, parlate uno per volta quando arriverete a milioni.

È ora il momento di stingerci a coorte. Il momento in cui non si ha più voglia di passare le giornate a discutere o a scrivere, perché non si sa cosa scrivere; la sensazione che si ha è quella di scrivere sempre le stesse cose, che chi la pensa come te adorerà, e chi la pensa all’opposto detesterà. La sensazione che muovere le dita sulla tastiera diventi un mero esercizio fisico. Brutta bestia.

[Gianni Somigli]

 

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